Verdi momenti di gusto
“Ma che bontà, ma che bontà, ma che cos’è questa robina qua!” (Mina, 1977)
Nell’immagine di apertura: Tom Wesslmann, Still Life n. 30 (1963, New York, MoMA)
Still Life n. 30 è un’opera di Tom Wesslmann che troviamo esposta al MoMa di New York. Una tecnica mista, fatta di pittura a olio, smalto e polimero sintetico su pannello composito con collage di pubblicità stampata, fiori di plastica e sportello di frigorifero, replica di plastica di bottiglie 7-Up, riproduzione del colore smaltato e incorniciato e metallo stampato. Un vero e proprio trionfo di oggetti reali abbinati ad un illusionismo pittorico sapientemente costruito.
Nel Novecento, dai collage del cubismo sintetico di Picasso e di Braque a Wesslmann, passando per la Stanza rossa di Henri Matisse, il tema della colazione continua a vedere un gran numero di artisti attivamente interessati. Tra sperimentazioni e contaminazioni, di strada ne è stata fatta tanta.
In questa grande natura morta, composta entro una classica e rigorosa griglia geometrica, una varietà di alimenti freschi e confezionati poggia su un tavolo messo in primo piano a destra mentre nella parte opposta è collocata una porta frigorifero rosa con sopra tre bottiglie di 7-Up. Un lavello da cucina dai contorni sfumati sta al centro della composizione e sopra di esso vi è una finestra con vista sulla città. Ad un primo approccio, la combinazione di materiali ed oggetti, i colori utilizzati, le marche dei prodotti in bella vista, richiamano – per questa ed altre opere di Wesslmann - lo stile della Pop-Art, di cui l’artista è stato uno dei maestri storici, sebbene non ne amasse l’etichettatura, interessato piuttosto alla qualità estetica degli oggetti quotidiani.
La serie delle Still life, dalle campiture rigorosamente piatte, è tutta una galleria di oggetti comuni della vita quotidiana americana, in cui cibi e bevande sono accostati ad elettrodomestici, pacchetti di sigarette, scatole di birra, ecc...
Nello specifico, in Still Life #30 sembra che un’intera dispensa sia stata svuotata e che tutti gli alimenti (pancakes, yogurt, tagli di carne, cereali da colazione, frutta in scatola, biscotti, toast…) siano stati appoggiati in bella mostra sul tavolo da cucina. Le marche-status symbol sono protagoniste tanto quanto i cibi che costituiscono l’oggetto dell’opera. Gran parte del cibo presente è infatti confezionato e proviene dalla produzione industriale. L’uso del collage, del ritaglio di giornale, rende estremamente labile il confine tra prodotto artistico e prodotto pubblicitario.
Tutto appare come artificioso e piatto, compreso il paesaggio che si apre oltre la finestra. Colori accesi e contrastanti, ripetizione di motivi geometrici (il rettangolo in particolare), stilizzazione di alcuni dettagli, visione degli oggetti estremamente chiara, nitida, definita e netta, distorsione della percezione della profondità e, ancor più, una resa dell’ambiente surreale e metafisico insieme (sebbene familiare come può esserlo una cucina). Tutte caratteristiche che richiamano una certa atmosfera psichedelica. Un’opera nella quale non vi è raffigurazione umana, benché degli umani (più che altro umani americani) siano raccontate le abitudini consumistiche.
"Oh, um, flakes, oh... Then, uh, I don't know. /
Scrambled eggs, bacon, sausages, tomatoes. / Toast, coffee. Marmalade,
I like marmalade./Marmalade, I like marmalade. /Porridge is nice.
/ Any cereal, I like all cereal./ What a day!
What? My head's a blank."(" Oh ... i miei fiocchi ... quindi non lo so …
Uova strapazzate, pancetta, salsicce, sugo, toast, caffè. Marmellata
Mi piace la marmellata d'arance ... Oh si, il porridge è gustoso …
qualsiasi cereale, mi piacciono tutti i cereali ...
Oh dio, che giornata. Oh cosa? Ooh, la mia testa è vuota. ")
D’accordo, non c’è legame esplicito né documentato ma … come non veder entrare nella cucina di Still Life #30 il Signor Alan Styles? Quell’uomo che vi entra ciabattando, che apre il rubinetto del lavello, fa l’elenco di quello che c’è e poi si prepara la colazione commentando tutte le azioni che fa … .
Quello stesso che frigge un uovo e che sgranocchia qualcosa di rumoroso in quel capolavoro musicale che è Alan’s Psychedelic Breakfast (La colazione psichedelica di Alan), brano conclusivo dell'album Atom Heart Mother dei Pink Floyd. Alan Styles era uno dei tecnici che seguiva la band nelle tourné e Nick Mason, il batterista del gruppo, lo registrò mentre si preparava la colazione parlottando tra sé e sé («A cup of coffee... Marmalade, I like marmalade») e mentre ripensava alle passate colazioni fatte in America («Breakfast in Los Angeles. Macrobiotic stuff...»).
I cultori del gruppo sanno che nella genesi del pezzo c’erano le performance di Syd Barret, il primo leader del gruppo, che nel bel mezzo di un concerto aveva abbandonato l’esecuzione, sparendo dietro il palco, per tornare poi con padella, uovo e fornelletto accanto al quale posizionò un microfono per unire all’esibizione dei suoi compagni lo sfrigolio dell’uovo in cottura.
Il dipinto di Tom Wesselmann è del 1963, il brano in questione è del 1970 (nonostante l’idea, come accennato, provenga dagli esperimenti di qualche anno prima). Tra le due opere non c’è un legame né diretto. C’è però un mood che le avvicina, le unisce, le sovrappone, le fonde e le scambia. Quella visiva diviene musicale, quella musicale diviene visiva. Il mood di anni in cui non sempre era conveniente calcare il segno sulle esperienze psichedeliche. Forse oggi ancora meno di ieri. Eppure basterebbe pensare che tali esperienze non necessariamente abbisognano di droghe, di allucinogeni, per essere esperite.
Provare per credere. Buon ascolto … o, se preferite, buona visione.
Scritto da Maria Cristina Fortunati
Laureata in Lettere moderne, con indirizzo Storico Artistico, alla Sapienza di Roma, sua città natale, in Scienze Psicologiche Applicate e in Psicologia dello sviluppo tipico e atipico, insegna Storia dell’Arte negli istituti di istruzione secondaria superiore.
Collabora da oltre un decennio con il Dipartimento di Studi Letterari, Filosofici e di Storia dell'Arte dell’Università degli Studi Roma Due di Tor Vergata nell’ambito della formazione degli insegnanti e da alcuni anni come docente a contratto presso la cattedra di Storia dell’Arte Contemporanea dello stesso Ateneo per l’insegnamento di Metodologie e Tecnologie didattiche della Storia dell’Arte. Interessata da sempre all’indagine iconografica e allo studio dei simboli nelle diverse culture, nonché allo studio della relazione tra arte e pubblicità, ha all’attivo diverse pubblicazioni scientifiche.



















































































































































0 Commenti