Quando l’apparenza divora la sostanza

Come l’ossessione per l’estetica e la “novità" hanno svuotato il cibo della sua vera essenza, rendendolo “spettacolarmente inutile"

Quando l’apparenza divora la sostanza

Viviamo in un’epoca in cui oramai il cibo quasi non si mangia più: si fotografa, si ostenta, si spettacolarizza. La tavola non è più il luogo sacro della convivialità e della genuinità, ma un palcoscenico di marketing e iper-estetizzazione. Dai social network ai ristoranti stellati, dalle immagini pubblicitarie agli scaffali del supermercato, il cibo sembra aver perso così la sua essenza più pura e il suo significato più autentico, nel nome del diventare nient’altro che una pantomima, in cui le emozioni si consumano prima con gli occhi, poi con il fascino dello storytelling, e solo infine con il palato. 

Il cibo spettacolarizzato sui social network: l’ossessione dell’apparenza (che spesso inganna)
Instagram, TikTok, YouTube: le nuove cattedrali del food porn. Piatti dai colori sgargianti, impiattamenti chirurgici, effetti speciali e filtri che trasformano anche il più anonimo dei piatti in un’opera d’arte effimera. Ma cosa rimane dopo lo scatto (o il video) perfetto? Spesso, solo una coreografia di ingredienti senza anima, senza storia, senza gusto, e finanche senza tecnica. Quella che ci è stata tramandata da sempre dall’esperienza tradotta in scrittura da grandi personalità della cucina, da Marie-Antoine Carême ad Auguste Escoffier, da Luigi CarnacinaGualtiero Marchesi, senza potersi esimere dal citare anche Ada Boni, mirabile maestra domestica di innumerevoli novelle spose di un tempo che fu. La ricerca spasmodica di social engagement e like degli utenti del web ha sostituito la ricerca concreta del sapore e della qualità. Si mangia per impressionare facendo leva su mode sempre più fatue e a breve termine, e non per nutrire. 

Dal ristorante al cocktail bar: dove lo “show” soffoca l’esperienza
In una varietà di locali e format di franchising tra cui scegliere, la spettacolarizzazione ha assunto la forma di esperienze sensoriali sempre meno elaborate, spesso forzate. L’azoto liquido che sprigiona fumi scenografici al sollevarsi di una cloche; le portate scomposte e ricomposte davanti ai clienti; e ancora piatti serviti su tronchi, sassi, cucchiai di vetro, o addirittura direttamente sul tavolo ove si consuma il pasto (accade in Germania). Il fine ultimo non è più la soddisfazione del palato, ma la sorpresa, la meraviglia, l’effetto wow. Dunque, i cuochi sono ancora “artigiani del gusto”? In un atto di mangiare che si trasforma in consumo scomodo all’interno di contenitori inadatti, e che propone ricette memorizzabili solo sul piano visivo, il cuoco si è tramutato in performer del nulla che piace, riducendo il cibo a un’installazione artistica contemporanea.

Il cibo industriale tra pubblicità e supermercati: la menzogna del benessere
Se nei ristoranti il cibo diventa arte concettuale, nella grande distribuzione si trasforma in un inganno ben orchestrato. Packaging e pubblicità vendono biscotti “artigianali” fatti in fabbriche da milioni di pezzi al giorno, yogurt “cremosi” con ingredienti che richiamano la natura ma sono saturi di zuccheri e grassi, snack “proteici” che promettono salute ed energia ma nascondono lunghe liste di conservanti e aromi artificiali. Accade così che le confezioni studiatamente sistemate sugli scaffali urlino “benessere”, mentre basta girarle per scoprire etichette che sussurrano “chimica”. Il cibo viene spettacolarizzato con colori intensi, slogan emotivi, ingredienti fintamente green e narrazioni fasulle di aziende che millantano tradizione mentre standardizzano la produzione con processi industriali implacabili (non di meno acquisendosi l’un l’altra o puntando sempre più intensamente sul private labeling). 

Ritrovare la semplicità e il gusto di cucinare: un atto di ribellione consapevole!
In questo circo gastronomico, la vera rivoluzione è tornare alla semplicità e al gusto di cucinare in prima persona: riscoprire le materie prime autentiche, prediligere ingredienti freschi e non ultra-processati, prendersi del tempo per inebriare la casa di profumi essenziali ma indimenticabili come facevano le nostre nonne. La cucina non ha bisogno di show, ma di rispetto: per il prodotto, per chi lo coltiva, per chi lo trasforma con coscienza, per chi lo mangia con consapevolezza. È quella che oggi chiamano “mindfulness”, per sottolineare l’invito a prestare attenzione ad ogni momento di ciò che facciamo e ciò che ci accade, rivalorizzandolo con costante curiosità. Solo così potremo tornare a vivere il cibo non come un'illusione scenica, ma come ciò che realmente è: la nostra prima e più intima forma di benessere.

Photo made in AI

Scritto da Sara Albano

Laureata in Scienze Gastronomiche , raggiunta la maggiore età sceglie di seguire il cuore trasferendosi a Parma (dopo aver frequentato il liceo linguistico internazionale), conseguendo in seguito alla laurea magistrale un master in Marketing e Management per l’Enogastronomia a Roma e frequentando infine il percorso per pasticceri professionisti presso la Boscolo Etoile Academy a Tuscania. Dopo questa esperienza ha subito inizio il suo lavoro all’interno della variegata realtà di Campoli Azioni Gastronomiche Srl, , dove riesce ad esprimere la propria passione per il mondo dell'enogastronomia e della cultura alimentare in diversi modi, occupandosi di project management in ambito di marketing e comunicazione e consulenza per il food service a 360°, oltre ad essere il braccio destro di Fabio Campoli e parte del team editoriale della scuola di cucina online Club Academy e della rivista mensile Facile Con Gusto.

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