Le giuggiole… e il loro brodo

Un frutto antico poco considerato, ma che riserva tante proprietà e curiosità da scoprire: scopriamone di più sulle giuggiole

Le giuggiole… e il loro brodo

Quante volte abbiamo pronunciato o sentito dire “andare in brodo di giuggiole”, con la conseguenza di chiedersi cosa voglia dire la frase e cosa è il giuggiolo. Partiamo allora dal che cosa è. Si tratta di una pianta, botanicamente individuata con la specie Zizyphus sativa (cioè coltivata, famiglia delle Ramnacee), i cui sinonimi sono Z. jujuba e Z. vulgaris (che per “popolare”), albero spinoso, che può raggiungere anche un’altezza di 7-8 metri, che perde le foglie in inverno (a foglia caduca), originario della lontana Cina, terra in cui ancora oggi è molto coltivato (leggenda asiatica vuole che l’odore delle giuggiole facesse innamorare le persone, per cui i giuggioli erano molto sorvegliati). 

Molti studiosi ritengono però che sia originari dell’Africa settentrionale e della Siria, poi arrivato in Cina ed India, e ancora successivamente portato dai Romani nel Mediterraneo: furono loro a chiamarlo ziziphum (dal greco ziziphon), per i quali la pianta di giuggiolo era il simbolo del silenzio, per cui ornava i templi della dea Prudenza.

Si tratta di una specie sub – tropicale (praticamente delle aree poste a sud e a nord della fascia terrestre equatoriale, che attraversa sia l’Africa che l’Asia che le Americhe), ma adattatasi notevolmente nel Bacino del Mediterraneo sin dal’antichità. Cresce nelle zone temperate e resiste a temperature appena sotto lo zero ma solo per breve tempo. Le diverse specie di giuggiolo sono resistenti alla siccità, poco esigenti quanto a terreno (vanno bene anche quelli marginali) e a cure colturali.

Si moltiplica per seme, ma validi sono anche i polloni che nascono alla base delle piante vecchie. Le varietà migliori sono quelle coltivate nelle zone orientali originarie, adattatesi anche nei Paesi Nord Africani (potenzialmente trasferibili anche nel Sud Italia e nelle nostre grandi isole: Lì, Lang, Sui Men, Mu-Shing. Tra le varietà ve ne sono alcune a frutto grosso come un uovo di gallina. Meno pregiata la specie Z. Mauritania, meno zuccherina e meno vitaminica. 

Il giuggiolo è una pianta da frutto a torto poco considerata, quasi una specie rara, presente solo in alcuni giardini universitari o privati o pubblici, ma non coltivata in pieno campo. Era usata infatti per costituire delle fitte siepi spinose sui confini delle proprietà, e talvolta solo come pianta ornamentale e portafortuna (secondo emiliani e veneti che ne tenevano sempre qualcun nei pressi delle abitazioni coloniche).  Andrebbe invece riconsiderata per le sue ottime proprietà nutrizionali e organolettiche, una vera delizia per il sapore, profumo e gusto, oltre che una delizia per gli occhi. L’interesse si dovrebbe estendere anche al suo legno, rossiccio e molto duro, pregiato tanto da essere usato in ebanisteria. 

Il frutto si chiama giùggiola, ma il nome varia con i diversi dialetti: zizzola in Toscana, gigiora in Liguria, zugghera nelle Marche, chiùchiume in Abruzzo, ciceroni a Capri, sciòsciola a Barletta, jujulu in Calabria, curnebbia in Sicilia. Botanicamente è una drupa (come l’albicocca, la pesca, la ciliegia, la susina e tanti altri frutti comuni) di forma tendente all’ovale, come una grossa oliva (anch’essa una drupa), ma con uno splendido colore rosso castano a maturazione (inizialmente è verde, per passare poi al giallo chiaro, all’arancione e infine al rosso scuro), buccia raggrinzita e rugosa). 

La maturazione delle giuggiole avviene nel primo autunno (settembre-ottobre), quando la polpa di colore biancastro diventa dolce ed acidula nello stesso tempo, mentre all’interno si è formato un grosso nòcciolo. Il sapore è simile a quello della mela se mangiate verdi, a quello dei datteri se mature. La giuggiola, che si raccoglie a mano, è un frutto molto ricco di vitamina C (fino a 700 mg per 100 g di polpa), utilizzato sia fresco, che candito, che disseccato, forma quest’ultima molto apprezzata e gustosa nota con il nome di dattero cinese (natsume o tasao), molto usato in Cina nella preparazione del pane, bevande e salse, alla pari di fichi, uva secca e datteri. 

Le giuggiole mature hanno un’interessante composizione nutrizionale: per ogni 100 grammi apportano 78-80 kcal e contengono acqua per l’81%, proteine per lo 0,8%, grassi per lo 0,1%, carboidrati per il 5,8%, minerali (calcio, fosforo, ferro, sodio, potassio, magnesio, zinco, rame e manganese) per lo 0,4%, fibre per lo 0,6%, oltre a vitamina C, A, B1, B2, B3 e B6, acidi organici diversi (linoleico, stearico, miristico, arachico, ecc.), tannini, flavonoidi e altri polifenoli. 

Questo frutto antico trova anche impiego nella medicina popolare, in quanto se ne ricava uno sciroppo, emolliente e sedativo per le infiammazioni delle vie respiratorie. Nella medicina popolare, specialmente nei Paesi orientali come la Cina, le giuggiole vengono usate per le loro proprietà digestive, ansiolitiche, antidolorifiche, lassative, antinfiammatorie, antistress, calmanti per un buon sonno, antipertensione. 

In cucina con le giuggiole si preparano ottime confetture, si aromatizzano grappe, si preparano giuggiole sotto spirito, oltre a biscotti speciali per la colazione (nella cui preparazione è previsto l’uso della farina per polenta). Ottimo il raro miele di giuggiolo, ottenuto per il fatto che le piante di giuggiolo sono molto visitate dalle api. In cosmetica gli estratti di giuggiole vengono utilizzati per la preparazione di prodotti per la cura della pelle come le creme anti rughe o le pomate per le scottature. 

L’uso del giuggiolo nella medicina popolare, come sopra evidenziato, ha portato molti a ritenere che per tale motivo fosse nato in passato il modo di dire “andare in brodo di giuggiole”, per indicare uno stato psicologico di piena soddisfazione, di pieno godimento, di perfetta armonia e piacere. In realtà questi stati d’animo non sarebbero da addebitare alle giuggiole (dolci e appetitose) e ai derivati della medicina popolare, ma alla trasformazione del modo di dire toscano “andare in broda di succiole”, dove le succiole altro non sono che le castagne bollite con la loro buccia. Il termine succiola è onomatopeico, in quanto si rifà al suono determinato dal “succiare - succhiare” le castagne bollite per estrarne con la bocca il contenuto gradevole, morbido, dolce, inconfondibile. 

Per alcuni esperti linguisti si dovrebbe dire meglio “andarsene in brodo di succiole (o di giuggiole)”, trattandosi non di un “fare” ma di un “essere”, cioè di uno stato emotivo della persona. Ovviamente resta sempre l’alternativa che andare in brodo di giuggiole si riferisca al liquore dolce e profumato che si prepara con le giuggiole appassite e altri frutti autunnali (uva Moscato, scorze di limone, cotogne, melagrane), oggetto anche di produzione industriale. Prevale però la prima ipotesi tra i cultori di questi studi. Proprio la produzione di questo liquore ha determinato una certa diffusione del giuggiolo in Veneto, nella zona dei Colli Euganei.
 
Note bibliografiche

  • AA.VV., Dizionario dell’agricoltura, Ed. UTET
  • V. Forte, Frutti rari e curiosi d’Italia, Edagricole
  • Tassinari, Manuale dell’agronomo, Ed. R.E.D.A.
  • G. Bounous, Piccoli frutti e altri super frutti, Edagricole

Scritto da Luciano Albano

Laureato con lode in Scienze Agrarie presso l’Università degli Studi di Bari nel 1978, ha svolto servizio come dirigente del servizio miglioramenti fondiari della Regione Puglia presso l’Ispettorato Agrario della città di Taranto. Appassionato di oli e vini, ha conseguito il diploma di sommelier A.I.S. e quello di assaggiatore ufficiale di olio per la sua regione

Specializzato in Irrigazione e Drenaggio dei terreni agricoli presso il C.I.H.E.A.M. di Bari (Centre International de Hautes Etudes Agronomiques Mediterraneennes)" . Iscritto all'Ordine dei Dottori Agronomi della Provincia di Taranto. Iscritto nell'Albo dei C.T.U. del Tribunale Civile di Taranto

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