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“Niente è più utile del sole e del sale” (Plinio il Vecchio). Viaggio artistico nella Saliera di Benvenuto Cellini
B. Cellini, Saliera, 1540-1543, oro, smalto, ebano, avorio, 28, 5 cm × 21, 5 cm × 26, 3 cm, Vienna (Kunsthistorisches Museum) - Clicca sull'immagine per ingrandirla e osservarla meglio
“Per favore, mi passeresti il sale?”.
Immaginate di sedere alla tavola di un re del Cinquecento. Davanti a voi non ci sono semplici piatti, ma messaggi di potere geopolitico mascherati da stoviglie, un vero e proprio carosello per legittimare l'autorità, esaltare il proprio rango e tramandare la propria grandezza alla storia. Al centro di questo teatro del gusto spicca un oggetto in oro abbagliante e smalto, così prezioso da ridefinire il concetto stesso di alta cucina: la Saliera di Benvenuto Cellini. Realizzata per Francesco I di Francia, quest'opera non serviva solo a contenere il sale – all'epoca un oro bianco raro e costosissimo – ma a dimostrare che l'arte poteva trasformare un gesto quotidiano in un rito divino. In questo capolavoro, infatti, la Terra e il Mare si intrecciano per ricordarci che la tavola è, da sempre, il teatro del genio umano.
Che cosa hanno in comune, dunque, una spezia elementare come il sale e il genio tormentato del Rinascimento italiano? La risposta è racchiusa in soli 26 centimetri di oro, ebano e smalto: una Saliera, con la quale Benvenuto Cellini dimostra come l'atto del nutrirsi possa diventare il palcoscenico ideale per la bellezza e l'ingegno umano. Scolpendo una figura per il Mare e una per la Terra che si guardano languidamente, Cellini non ha creato un semplice contenitore per condimenti ma ha trasformato l'atto profano del consumare il cibo in una solenne liturgia estetica. Esplorare quest'opera significa compiere un viaggio dove il gusto incontra la scultura, dimostrando come il cibo non sia solo nutrimento per il corpo, ma la più antica scintilla per accendere l'immaginazione artistica.
È lo stesso Benvenuto Cellini, inquieto e geniale orafo, scultore e trattatista, a guidarci nel riconoscimento delle due figure di Gea e di Nettuno della meravigliosa saliera realizzata per IL re di Francia Francesco I. Alla storia e all’esecuzione della saliera, egli in effetti dedica ampio spazio sia nella Vita che nei Trattati. Ma sono le pagine della Vita a costituire uno spaccato affascinante delle vicende che accompagnarono la commissione e la realizzazione dell’opera.
Siamo a Roma, fine del 1539. Benvenuto Cellini, con i segni della prigionia di Castel Sant'Angelo ancora addosso, trova protezione alla corte del colto cardinale Ippolito d’Este. Tra la progettazione di un boccale d'argento e un sigillo pontificio, il porporato lancia una sfida ambiziosa: plasmare una saliera che sappia "uscir dell’ordinario". Per dare forma al concetto allegorico dell'opera, il cardinale convoca due dei più brillanti intellettuali del tempo, Luigi Alamanni e Gabriele Cesano. Di fronte all'artista, i due letterati danno vita a una colta sfida retorica: Alamanni suggerisce una sensuale Venere con Cupido immersa in simboli marini, mentre Cesano replica proponendo Anfitrite, la sposa di Nettuno, circondata da un corteo di Tritoni.
Mentre i dotti si perdono in teorie, Benvenuto Cellini ascolta e si ribella. Con il suo carattere fiero e sfrontato, l'artista rifiuta i progetti scritti a tavolino: per lui sono solo castelli in aria incapaci di diventare materia. Paragonando le sue opere a “figli carnali”, Cellini decide di seguire solo la propria "invenzione", dimostrando come la vera bellezza del metallo nasca dall'esperienza della mano, e non dai dogmi dei libri. Nasce così un modello in cera destinato a fare storia.
Nonostante il rifiuto del Cardinale d'Este, che non gradì e che anzi dileggiò l’opera del Cellini, la Saliera trovò il suo riscatto a Parigi dove, sotto la protezione di re Francesco I, che ne ignorò lo scetticismo, l’artista portò l'opera a compimento. Dopo tre anni, a causa degli intrighi di corte, lo scultore riportò il capolavoro in Italia, dove venne finalmente utilizzato per la prima volta durante una cena con amici che, come l’artista racconta, furono i primi ad adoperarla.
Il progetto iconografico rispecchia una potente allegoria del gusto e della natura: l’abbraccio del Mare con la Terra. Il Mare, raffigurato come un vigoroso Nettuno, è una figura maschile fiera che sorregge una nave cesellata nei minimi dettagli, pronta a ospitare il sale. Nella mano destra il dio stringe il tridente, mentre intorno a lui si affollano cavalli marini, pesci e conchiglie finemente cesellati, simboli iconografici classici del suo dominio oceanico. La Terra, raffigurata come Tellus o Gea, è una donna di straordinaria grazia. Per evocare la fertilità e la ricchezza del pianeta, la figura stringe una cornucopia con la mano destra e con la sinistra accarezza il proprio seno, mostrandosi orgogliosa e "adorna di tutte le bellezze del mondo". Accanto a lei sorge un tempietto ionico destinato a custodire il pepe, spezia esotica nata proprio sul suolo terrestre
Le due divinità sono raffigurate con le gambe intrecciate (“con le gambe che si intramettevano, sì come entrano certi rami di mare infra la terra e la terra infra del detto mare"), a simboleggiare la compenetrazione geografica dei due elementi naturali e l'unione indissolubile degli elementi che danno sapore alla vita. Un’opera nata a Roma, ma consacrata alla corte di Francia, dove il sale cessò di essere un semplice minerale per diventare, nelle mani di Cellini, pura poesia visiva.
Questa meravigliosa allegoria del cosmo non si ferma all'incontro tra le due divinità. Abbassando lo sguardo, la complessa narrazione visiva prosegue nella ricca base ovale in ebano, dove Cellini inserisce quattro figure dorate distese che personificano le Ore del Giorno, esplicito tributo alle celebri sculture fiorentine di Michelangelo (il Giorno, la Notte, l'Aurora e il Crepuscolo). A completare l'opera, quattro giovani busti colti nell'atto di soffiare danno volto ai venti principali, signori del cielo e della terra. A suggellare questa sinfonia di forze della natura interviene infine il Fuoco, rappresentato dalla salamandra posta sotto il tallone di Gea. Si tratta di un doppio omaggio al committente dell'opera, il re Francesco I, la cui corte viene celebrata attraverso simboli araldici preziosi come i gigli, la corona e un maestoso elefante.
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Attraverso questa straordinaria stratificazione di simboli, la Saliera cessa di essere un mero utensile da tavola: gli elementi classici - terra, acqua, aria e fuoco - cooperano per illustrare l'ordine onnicomprensivo del cosmo, racchiudendo l'intero universo in un prezioso microcosmo d'oro. Questa perfetta armonia cosmica racchiusa nell'oro non è solo un esercizio di stile, ma specchia fedelmente ciò che accade dentro di noi. C'è infatti un legame biologico sorprendente che unisce il capolavoro di Cellini a chi lo osserva. In questo meccanismo perfetto, il sale e il pepe racchiusi nell'opera agiscono come veri e propri interruttori biologici, risvegliando le papille gustative e preparando l'organismo a scindere la materia. Il corpo umano, infatti, opera come una complessa fabbrica di trasformazione del cibo, dove i quattro elementi della Saliera cooperano attivamente: la Terra accoglie la materia solida degli alimenti, l'Acqua della saliva e dei succhi gastrici la dissolve, l'Aria del respiro ossigena il sangue per trasportare i nutrienti e il Fuoco metabolico brucia le calorie, trasformando il cibo in pura energia vitale.
Tra i tanti aneddoti che la storia della Saliera di Benvenuto Cellini custodisce, valga uno dei più recenti a sottolineare il potere ipnotico di quest’opera, non a caso definita la “Monna Lisa delle sculture”. Conservata al Kunsthistorisches Museum di Vienna, nel maggio del 2003 viene trafugata in pochi minuti ad opera di Robert Mang, un esperto dei sistemi di sicurezza. E’ probabile che il Cellini, che di imprese rocambolesche se ne intendeva e - pure - se ne vantava, avrebbe apprezzato la modalità con cui il ladro mise a segno questo furto. La richiesta di 10 milioni di euro fu supportata dall'invio del piccolo tridente mobile di Nettuno, unica parte asportata dal capolavoro. Questa folle vicenda, conclusasi dopo tre anni con la confessione del ladro e l’epico dissotterramento della scultura, racchiusa in una scatola di piombo, nel bosco Zwettl, vicino a Vienna, conferma come la Saliera non sia mai stata un semplice oggetto d'uso, ma una tentazione irresistibile in cui l'ossessione per il cibo si fonde con quella per la bellezza pura.
Dalle corti rinascimentali alle cronache moderne, il fascino di questa scultura ci riporta infine lì dove tutto ha avuto inizio: al valore universale della condivisione a tavola. La prossima volta che a tavola si pronuncerà la semplice frase "Per favore, mi passeresti il sale?", proviamo a guardare quel gesto con occhi diversi: non staremo soltanto muovendo un condimento, ma staremo passando di mano in mano il motore segreto che accende l'immaginazione e mette in moto l'infinito microcosmo del corpo umano.
Crediti fotografici: © Jacek Halicki - © Cstutz - @ Jononmac46 (Wikimedia Commons)
Scritto da Maria Cristina Fortunati
Membro del Direttivo ANISA, collabora da due decenni con il Dipartimento di Studi Letterari, Filosofici e di Storia dell'Arte dell’Università degli Studi Roma Due di Tor Vergata nell’ambito della formazione degli insegnanti e con diverse docenze a contratto.
E’ autrice di diversi contributi specialistici nel campo degli studi storico-artistici e neuroscientifici, saggi e pubblicazioni inerenti didattica e scuola.
Progettista e formatrice, si occupa di progetti di ricerca in Neuroestetica, Bioenergetica e Mindfulness Psicosomatica.



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