Gettare olio sulle onde

Tra i diversi modi di dire legati alla cucina, si dice anche “gettare olio sulle onde“ quando si cerca di rasserenare qualcuno

Gettare olio sulle onde

Tra i diversi modi di dire legati alla cucina, come ad esempio “non piangere sul latte versato“ o “se non è zuppa è pan bagnato“, si dice anche “gettare olio sulle onde“ quando si cerca di rasserenare qualcuno. Nei tempi antichi, infatti, i marinai gettavano olio nel mare per placare la potenza delle onde di una tempesta.  

Greg Kestin, professore di Fisica all’Università di Harvard, ha realizzato un incredibile esperimento versando un cucchiaio di olio d’oliva sulla superficie di un lago le cui acque erano leggermente agitate. L’olio si è distribuito rapidamente sulla superficie e ha reso l’acqua completamente piatta, senza increspature. Questo fenomeno era già noto a Plinio il Vecchio, ad Aristotele e Plutarco; i cacciatori di perle usavano gettare olio sulla superficie del mar Mediterraneo per placarne l’acqua e consentire la penetrazione di una maggiore quantità di luce agevolando la loro ricerca e anche all’epoca dei Romani si pensava che ungere di olio lo scafo delle navi le rendesse più facili da governare e scacciasse il vento, e serviva pure a propiziarsi il dio Poseidone

In epoca più recente, i pescatori del nord Europa gettavano verso la prua il fegato dei pesci catturati, o meglio ancora la spremitura delle interiora, per sedare le onde. Nel 1886 si legge nel libro The Use of Oil in Storms at sea, scritto dal capo dell’Ufficio Idrografico americano Wyckoff, che un gallone di olio (pari a circa 3,7 litri) poteva salvaguardare una nave dalla furia delle onde per un giorno almeno. A questo scopo su alcuni vascelli uno dei marinai aveva il ruolo di “ragazzo dell’olio” e posizionato vicino alla prua versava olio in mare per rendere più confortevole il viaggio. Ancora oggi le moderne ancore sono realizzate in modo da garantire la stabilità delle imbarcazioni grazie ad una specie di manica a vento chiusa nella parte posteriore, e vicino alla punta del cono c’è talvolta un serbatoio di olio da tempesta che dovrà essere aperto solo in caso di estrema necessità, considerato il fatto che l’olio è naturalmente inquinante.

La spiegazione dello strano fenomeno dell’olio sull’acqua si trova nel fatto che le molecole di olio si può dire che hanno due facce, una è attratta dall’acqua e l’altra ne è invece respinta; quando si versa olio in acqua le molecole d’olio si dispongono in modo da volgere la faccia con carica negativa alle molecole d’acqua che sono in gran parte positive e consentire l’attrazione. Ecco perché le molecole di olio formano una sorta di tappeto che non si piega né si rompe a causa del vento che crea le onde intorno. Il vento in questo caso può solo spostare il tappeto, ma non creare onde. 

Lo scienziato e statista americano Benjamin Franklin usava questo fenomeno per fare scherzi: pare avesse realizzato un bastone da passeggio con una cavità interna contenente una certa quantità di olio. Quando si trovava vicino all’acqua, rilasciando l’olio dal bastone riusciva a convincere la gente di possedere la capacità di calmare le onde. Franklin inventò anche una particolare lanterna che era un’ampolla piena per metà di acqua e per metà di olio; i due liquidi non miscibili consentivano di osservare che durante le oscillazioni della lanterna il movimento dell’acqua avveniva come si prevedeva mentre l’olio in superficie restava del tutto fermo. 

Attraverso le numerose osservazioni sul fenomeno, Franklin avrebbe potuto misurare lo spessore di una molecola di olio; lo strato d’olio infatti si allarga sull’acqua fino ad un certo limite che corrisponde allo spessore minimo che può raggiungere, quello di una singola molecola appunto. Se il volume di 2 centimetri cubi di olio ricopriva al massimo una superficie di circa 2000 centimetri quadrati, paragonando lo strato di olio a uno strato di palline monomolecolari di diametro D, una semplice divisione lo avrebbe portato a ottenere che D è dell’ordine del nanometro, un valore molto vicino a quello oggi noto. 

Questo calcolo Franklin non lo fece mai, ma circa un secolo dopo lo scienziato Lord Rayleigh lo effettuò con grande precisione ottenendo il valore di 1,6 nanometri. Un episodio curioso accompagna questa misura: mentre Rayleigh effettuava le sue prove, in Bassa Sassonia la giovane signorina Agnes Pockels, avendo notato che l’olio sulla superficie dell’acqua ne riduce la tensione superficiale, fabbricò nel lavandino della sua cucina un apparato con fili e bottoni per misurare la forza necessaria per sollevare un bottone dal pelo dell’acqua. Essendo venuta a conoscenza dei risultati di Lord Rayleigh, provò a ripetere gli esperimenti nella sua cucina ottenendo lo stesso risultato, e da ciò dedusse che il proprio apparato sperimentale era più preciso. 

Per questo scrisse una lettera al fisico britannico e questi fece pubblicare sul giornale “Nature” - a quei tempi prestigioso - la traduzione della lettera ricevuta dalla giovane tedesca. Un mese dopo il mondo seppe che la lunghezza di una molecola d’olio d’oliva misurava esattamente 1,3 nanometri. La signorina Pockels dovette attendere il 1932 per avere come riconoscimento del proprio operato il dottorato ad honorem in chimica, quando ebbe da poco compiuto i propri settant’anni.

Note bibliografiche e sitografiche
Marco Malvaldi, L’infinito tra parentesi, Ed. Rizzoli 2016
https://news.fidelityhouse.eu/natura-animali/versa-un-cucchiaio-di-olio-in-un-lago-quello-che-accade-e-sorprendente-248656.html

Scritto da Elena Stante

Laureata in Matematica nel 1981 presso l’Università degli Studi di Bari, dal 1987 insegna Matematica e Fisica presso il Liceo Ginnasio Aristosseno di Taranto .

Ha partecipato ai progetti ESPB, LabTec, IMoFi con il CIRD di Udine e a vari concorsi nazionali e collabora, con la nomina di Vice Direttore, alla rivista online Euclide, giornale di matematica per i giovani.

0 Commenti

Lasciaci un Commento

Per scrivere un commento è necessario autenticarsi.

 Accedi

Altri articoli