A tavola con Garibaldi

Nel 140° anniversario dalla morte del grande condottiero patriota italiano ripercorriamo alcune tracce della sua vita in relazione al cibo

A tavola con Garibaldi

Non c’è comune italiano che non possegga una piazza o una via a lui intitolata, perché in epoca risorgimentale Giuseppe Garibaldi è salito alla ribalta sia della storia che della cultura popolare italiana. Merito della sua spedizione Dei Mille, che tra il 1860 ed il 1861 guidò il nascente Regno d’Italia all’annessione del Regno delle Due Sicilie. Oggi sono trascorsi 140 anni dalla sua morte (2 giugno 1882), e vogliamo ricordare “l’eroe dei due mondi” ripercorrendo le testimonianze giunte fino ai nostri giorni riguardo i suoi gusti a tavola con il cibo. 

Si racconta che Giuseppe Garibaldi avesse abitudini alimentari piuttosto essenziali (come già ci è effettivamente capitato di constatare anche nel caso di altre grandi personalità della storia, come Napoleone Bonaparte): sulla sua tavola quotidiana non mancavano mai le zuppe di verdure e legumi, ma anche formaggi, salumi e soprattutto tanto pesce: i prodotti del mare erano una costante sulla sua tavola, e in alcune lettere e documenti ritrovati si parla in particolare del suo amore per lo stoccafisso (a testimonianza della sua “vita da marinaio”) e per gli scampi pescati intorno all’Isola di Caprera dove visse e morì.  

In realtà metà dell’isola sarda, per mezzo di un lascito testamentario del fratello, divenne di proprietà di Garibaldi dal 1855: proprio qui si dedicò inizialmente in prima persona prima della Spedizione a portare avanti una fattoria, e dopo di essa all’agricoltura e persino all’apicoltura, quest’ultima fra le sue attività predilette come scritto di suo stesso pugno in una lettera indirizzata al Presidente della Società Italiana di Apicoltura.

Giuseppe Garibaldi si considerava piuttosto abile in questo campo. La figlia Clelia nel suo diario scriveva: 
M’era tanto caro aiutare Papà in qualche lavoretto. Ero io, per esempio, che, nella stagione invernale, portavo il miele alle api. D’inverno, senza fiori, nelle arnie si fa la fame. Io entravo con due piattini, uno per mano, ripieni del dolce nettare e li posavo vicino alle arnie, non senza un vago senso di paura per le tante api che mi svolazzavano intorno”.

Abituato ai lunghi viaggi, Garibaldi amava le gallette dei marinai (tipico pasto “da viaggio” del tempo, a più lunga conservazione al pari delle nostre moderne fette biscottate e crackers) arricchite con uva sultanina. Ma tra i suoi altri cibi preferiti c’è un’altra semplice tradizione italiana, la polenta (che amava accostare al pesce), pietanza ancora una volta più vicina ai gusti del mondo popolare e contadino che a quello dell’alta borghesia e delle cariche politiche che Garibaldi non di rado frequentava anche recandosi agli immancabili banchetti. 

Anche in queste grandi occasioni di relazione pare Garibaldi fosse incline a mantenere integra la propria filosofia di approccio al nutrirsi: anche in questo caso niente bagordi, ma sempre il mangiare in modo attento ed oculato, prediligendo ingredienti di base sia più comuni che più costosi come quelli ittici, ma pur sempre accomunati da cotture e condimenti semplici in ricette minimamente elaborate per assicurarsi il gusto originale delle materie prime e la loro buona digeribilità. 

Giuseppe Garibaldi da buon italiano era un grande estimatore e bevitore di caffè (che di certo si sposava bene anche con il sapore del sigaro con il quale è stato spesso ritratto). E sempre parlando di alimenti simbolo della nostra cultura gastronomica, alcuni storici ritengono che sia stato anche merito di Garibaldi se la pasta secca è diventata d’uso comune in tutte le nostre regioni. Ma forse, dopotutto, si trattò degli effetti veri e propri dell’Unità d’Italia più che di un ruolo particolare del patriota in questa vicenda. 
Garibaldi inoltre era tutt’altro che un grande bevitore: al massimo si concedeva piccole quantità del suo liquore preferito - che pare fosse il rosolio – ma nulla di più. Dopo lo storico sbarco a Marsala, però, si venne ad instaurare anche un legame fra la sua figura e il vino liquoroso tipico di questo territorio siciliano: diversi produttori iniziarono infatti a commemorare il condottiero e la sua impresa coniando le bottiglie di Marsala destinate all’esportazione con la dicitura “Garibaldi”. 

All’inizio della primavera del 1860, Palermo era in fermento: non si parlava d’altri che di quel barbuto eroe distintosi nella difesa della Repubblica Romana contro il Papato nel 1849, che si era messo a servizio di Vittorio Emanuele II di Savoia nel periodo storico che ha segnato l’Unità d’Italia ma che a quei tempi divise gli abitanti della Sicilia, tra coloro che erano fortemente attaccati all’indipendenza del governo borbonico e altri che invece guardavano all’unità come chiave per un futuro migliore. 

Fu Tancredi di Lampedusa, giovane aristocratico del tempo, ad annunciare l’approdo di Garibaldi in Sicilia nel corso di uno dei tanti balli organizzati in epoca ottocentesca per intrattenere la classe nobile: “Signore, signorine, signori: ho l’immensa felicità di annunciarvi che il generale Giuseppe Garibaldi, si è imbarcato l’altrieri, 5 maggio 1860, alla testa di un corpo di spedizione. Il loro obiettivo è la Sicilia. Tra poco tempo saremo dunque liberi e italiani. Viva il nostro re Vittorio Emanuele, viva il generale liberatore Giuseppe Garibaldi!”

L’11 maggio 1860, ottocentocinquanta garibaldini sbarcarono a Marsala: qualche giorno dopo, Palermo era liberata, e i soldati del Regno di Napoli con gli alleati austriaci avevano reimbarcato armi e bagagli. Appena le strade della città furono sgombre dei cadaveri dei soldati, si festeggiò subito l’avvenimento, con principi, duchi e baroni che spalancarono le porte dei propri palazzi agli ufficiali garibaldini. Non siamo riusciti a trovare fonti che specifichino con cosa si sia pasteggiato in quello specifico giorno, ma dal canto nostro vogliamo lasciare spazio alla vostra immaginazione in cucina partendo dalla nostra ricetta per un ottimo Agnello Garibaldino!

Agnello garibaldino 
Ingredienti per 4 persone: 
Costolette di agnello, 600g
Aglio, 2 spicchi 
Marsala, 1 bicchiere (200ml)
Rosmarino, 3 rametti 
Aceto, 4 cucchiai
Olio extravergine d’oliva, 6 cucchiai 
Sale, q.b. 

Procedimento 
Battete le costolette d’agnello con un batticarne. Sistematele in un recipiente, e conditele con del sale in modo uniforme, massaggiando bene la carne.
Sbucciate l’aglio e tagliatelo a fettine, tritate finemente il rosmarino e aggiungete il tutto all’agnello. 
Irrorate l’agnello con l’aceto e il marsala, ed infine con l’olio extravergine, massaggiando nuovamente.
Coprite il recipiente con un coperchio o pellicola per alimenti, e lasciate marinare in frigorifero la carne per almeno un’ora. 
Al momento di servire, prelevate le costolette dalla marinatura e cuocetele su griglia rovente. 
Servite le costolette calde, accompagnandole con patate arrosto. 
 

Scritto da Sara Albano

Laureata in Scienze Gastronomiche , raggiunta la maggiore età sceglie di seguire il cuore trasferendosi a Parma (dopo aver frequentato il liceo linguistico internazionale), conseguendo in seguito alla laurea magistrale un master in Marketing e Management per l’Enogastronomia a Roma e frequentando infine il percorso per pasticceri professionisti presso la Boscolo Etoile Academy a Tuscania. Dopo questa esperienza ha subito inizio il suo lavoro all’interno della variegata realtà di Campoli Azioni Gastronomiche Srl, , dove riesce ad esprimere la propria passione per il mondo dell'enogastronomia e della cultura alimentare in diversi modi, occupandosi di project management in ambito di promozione, eventi e consulenza per la ristorazione a 360°, oltre ad essere referente della comunicazione on e offline di Fabio Campoli e parte del team editoriale della rivista Facile Con Gusto.

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