La cultura della tavola Rasta

Dietro i fitti dreadlocks della popolazione giamaicana (e non solo) si cela la filosofia rastafariana, che prevede il consumo di cibo “Ital”

La cultura della tavola Rasta

“One love, one heart, let's get together and feel all right…” 

Scommettiamo che, alla sola lettura di queste parole, tanti di voi inizieranno a canticchiare fra sé e sé il celebre motivetto di una tra le più celebri canzoni di Bob Marley, artista musicale al quale la sua gente (quella giamaicana) e il mondo intero deve molto, grazie all’inesauribile volontà di diffondere un messaggio di pace, uguaglianza ed unità, unitamente a portare avanti la missione del riscatto dei sofferenti e, non per ultima, quella di far conoscere il movimento d’impronta religiosa denominato Rastafarianesimo

Oggi capita di notare spesso uomini o donne (soprattutto giovani ma anche di altre età) che sfoggiano una folta, più o meno lunga capigliatura composta da ciocche annodate di capelli: sono i cosiddetti “dreadlock” (anche detti semplicemente “dread”) che è diventato una vera moda “coltivare” sulla testa senza pettinarsi né tagliarsi i capelli per lungo tempo. Fu proprio quando si diffuse la musica reggae che sposava gli ideali rastafariani che questo simbolo per eccellenza di tale cultura guadagnò popolarità, anche grazie all’influenza musicale e culturale di Bob Marley. 

Ma c’è chi considera questo dilagare di “fittizi Rasta” quasi una blasfemia, dal momento che portare i dreadlocks è una tradizione antica (che risalirebbe addirittura alla civiltà minoica, ca. 1500 a.C.) che viene da secoli a tutt’oggi portata avanti per precise motivazioni culturali-religiose in diverse popolazioni del mondo (dai guerrieri Maasai africani ai Sadhu induisti che seguono la divinità Siva, per citarne solo alcuni). I dreadlocks del movimento Rastafari hanno radici religiose, in quanto rappresentano il simbolo del Leone di Giuda (che a volte è raffigurato sulla bandiera dell’Etiopia) e sono ispirati ai nazirei, citati nella Bibbia.

Il Rastafarianesimo è una vera e propria religione monoteista, nata negli anni Trenta ma con radici ben precedenti (almeno quindici anni prima), che si potrebbe descrivere come una sorta di “prosecuzione” del Cristianesimo. I rastafariani credono infatti in una seconda venuta di Cristo il messia, nelle sembianze e nella persona di Hailé Selassiè I, salito sul trono dell’Etiopia nel 1930: è proprio lui il Ras Tafari (ovvero “Dio in terra”) da cui prende il nome l’intero movimento. Da quel momento in poi, i gruppi rastafariani iniziarono a radunarsi ed organizzarsi per portare avanti il loro credo. Sostengono il ritorno degli afroamericani nelle proprie terre d’origine, combattono ogni forma di oppressione sociale, condannano violenza e disuguaglianza, chiamano il proprio dio “Jah” e non mancano di utilizzare marijuana per entrare in contatto con le sue verità e accrescere la propria autocoscienza. 

Ma se abbiamo scelto di trattare questo tema su Prodigus, è anche e soprattutto perché i Rasta per loro cultura rifiutano di cibarsi (e persino di curarsi) con prodotti non genuini, ovvero che non derivino direttamente dalla natura. Ciò ha portato alla definizione di cibi e ricette “ital”: non lasciatevi ingannare, perché questa parola non ha nulla a che vedere con la nostra bella Italia! Deriva invece dalla lingua patois parlata dai Rasta, che a sua volta prende spunto dalla parola inglese “vital” (infatti, “ital” si pronuncia letteralmente “aital” / aɪ t ɑː l /) e sta per qualcosa di puro e in grado di accrescere l’energia di chi lo assume, e mai di spegnerla. 

L’enfasi sulla lettera "I" (pronunciata sempre all’inglese come “ai”, che significa al contempo “io”) è una caratteristica di tante parole del vocabolario Rasta (non a caso, nella loro lingua si pronuncia “Rastafar-ai”) e sta a sottolineare l’unità di colui che parla con tutto ciò che lo circonda. L’espressione del mangiare “ital” varia da Rasta a Rasta, anche a seconda degli ordini di appartenenza (i rastafariani afferiscono ancora oggi a tre principali ordini, ovvero i Nyabinghi, i Bobo Shanti e Le Dodici Tribù di Israele – quest’ultimo, ad esempio, non applica generalmente le scelte alimentari “ital”). 

Bevo un po' di vino. Nessuna bevanda forte nel corpo. Alcuni amici miei bevono bottiglie intere di whisky, io bevo un po' di vino e rifletto”. Bastano queste parole pronunciate personalmente in un’intervista da Bob Marley per comprendere la genuinità delle scelte sui cibi e le bevande da assumere da parte di un Rasta. Le regole universali che definiscono il cibo ital sono poche: l’obiettivo, come già precedentemente menzionato, è pur sempre quello di aumentare la vivacità attraverso la dieta alimentare. I Rasta evitano cibi industriali, modificati o contenenti additivi (coloranti, aromatizzanti e conservanti), nonché i prodotti raffinati e quelli ortofrutticoli trattati con pesticidi e fertilizzanti chimici (le produzioni biologiche sono predilette). Alcuni evitano persino di aggiungere sale agli alimenti, mentre altri ammettono l’esclusivo impiego di puro sale marino o sale kosher. Erbe aromatiche e peperoncini piccanti sono spesso utilizzati come ottimi insaporitori naturali sostitutivi per i cibi.

I dettami alimentari rastafariani guidano in tutto e per tutto ad un’alimentazione essenzialmente vegetariana, poiché si basano sull’interpretazione di diversi passi della Bibbia, incluso il Libro della Genesi (Allora Dio disse: "Ti do ogni pianta che produce seme sulla faccia di tutta la terra e ogni albero che contiene frutti con seme. Saranno tuoi come cibo" - Genesi 1:29), il Levitico e Deuteronomio. Sin dalla nascita del movimento Rastafari Leonard Howell, uno dei suoi fondatori, era affascinato dalla cultura indiana e determinato a promuovere una dieta a base principalmente vegetale. Oggi alcuni Rasta sono vegetariani (se non addirittura vegani) stretti e rigorosi, convinti che, poiché la carne è una materia morta, mangiarla sarebbe contro l’elevazione della vitalità (e della vita stessa). Altri invece sono semplicemente convinti che gli esseri umani siano naturalmente vegetariani, basandosi su concetti di anatomia e fisiologia.

I Rasta evitano di bere alcolici (o li bevono comunque con grande moderazione) ed anche caffè, unitamente ad altri alimenti contenenti caffeina.  Di certo, però, molti Rasta considerano il pesce un alimento accettabile, al contrario delle carni (soprattutto suine e rosse) che sono percepite come prodotti da evitare completamente o quasi (come anche le uova ed il latte animale e suoi derivati). La scelta di mangiare “ital” è una vera decisione spirituale, che porta sulla tavola tanta frutta, verdura, legumi, spezie e prodotti tipici locali della Jamaica, come il cocco e le foglie di amaranto e taro che danno vita al celebre piatto caraibico a base di verdure stufate chiamato callaloo). 

Ma la cultura del cibo “ital” per i Rasta vuol dire anche tanta sperimentazione. Se un ingrediente non è disponibile, non ci si perde d’animo, anzi, si coglie l’occasione per divertirsi a trovare e provare qualcos’altro. I libri di ricette “ital” sono estremamente variegati, e contengono una buona dose di fantasia e abitudini familiari dei loro autori, talvolta rivisitando o riproponendo tal quali alcune preparazioni tipicamente caraibiche. Tra le sperimentazioni c’è anche quella che vede l’utilizzo della marijuana in cucina: la stessa moglie di Bob Marley, Rita, nonché i figli Cedella e Ziggy, hanno scritto libri di cucina “ital” proponendo in alcune ricette l’utilizzo della pianta psicoattiva che denota anche un sapore caratteristico. 

Nella realtà di tutti i giorni sulla tavola della cultura rastafariana compaiono spesso i curry, ovvero dei piatti unici a base di riso, legumi o altri cereali arricchiti con verdure per lo più cotte stufate o saltate in padella, il tutto aromatizzato con il celebre mix di spezie che dà il nome anche ai piatti in cui viene utilizzato. In Jamaica il curry utilizzato rappresenta generalmente un blend di curcuma, cumino, paprika, cardamomo, aglio e fieno greco, aromatizzato e personalizzato dal pepe di Jamaica locale. Ai diversi piatti caldi vengono alternati spuntini a base di frutta e verdura fresche a crudo, insalate, frutta secca e semi, succhi di frutta e latte di natura vegetale

C’è grande attenzione generale a portare in tavola alimenti ricchi di colore intenso: secondo molti Rasta, più scuri sono (viola, neri e blu, come mirtilli, more, prugne ecc.) più rappresentano una naturale garanzia di benefici (grazie al potere antiossidante che si presenta maggiore rispetto agli alimenti di colore più chiaro e tenue). La vicinanza con il Brasile porta sulla tavola jamaicana e “ital” anche i celebri fagioli neri, unitamente a taro, okra, melanzane, lenticchie, vari tipi di radici, cavolfiori e broccoli, nonché la tanto amata zucca. Il latte animale e i formaggi (non considerati “ital”) sono di sovente sostituiti con il latte di soia e i suoi derivati, dal tofu agli yogurt, anche se si tratta comunque di prodotti non autenticamente naturali, dunque non ammessi da tutti i Rasta.

A ciascuno la propria cultura gastronomica: da quella Rasta possiamo imparare certamente a riflettere ancor più sul buono di nutrirsi con i prodotti naturali più puri possibile, nell’ottica di rinnovare la vitalità e l’energia nel modo più semplice e adatto allo stile di vita umano.

Note bibliografiche e sitografiche

Photo made in AI

Scritto da Sara Albano

Laureata in Scienze Gastronomiche , raggiunta la maggiore età sceglie di seguire il cuore trasferendosi a Parma (dopo aver frequentato il liceo linguistico internazionale), conseguendo in seguito alla laurea magistrale un master in Marketing e Management per l’Enogastronomia a Roma e frequentando infine il percorso per pasticceri professionisti presso la Boscolo Etoile Academy a Tuscania. Dopo questa esperienza ha subito inizio il suo lavoro all’interno della variegata realtà di Campoli Azioni Gastronomiche Srl, , dove riesce ad esprimere la propria passione per il mondo dell'enogastronomia e della cultura alimentare in diversi modi, occupandosi di project management in ambito di promozione, eventi e consulenza per la ristorazione a 360°, oltre ad essere referente della comunicazione on e offline di Fabio Campoli e parte del team editoriale della scuola di cucina online Club Academy e della rivista mensile Facile Con Gusto.

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