Ancora una poesia di Pablo Neruda dedicato al frutto tra i più profumati, quello del limone
Da rito pagano a tradizione cristiana: come i romani nutrivano i defunti con cibi e vino attraverso il rito chiamato "refrigerium"
La zona del refrigerium nelle catacombe di Priscilla a Roma - foto tratta dal web
L’usanza di dare cibo ai defunti e consumarlo con loro sulle tombe è antichissimo. Già l’uomo primitivo nel seppellire i propri cari li dotava di una sorta di corredo funebre per un’altra vita che consisteva di cibo, oggetti cari e utensili, tra cui armi e amuleti. Anche gli Egizi, i Fenici e poi gli Etruschi credevano che la vita continuasse dopo la morte, e per questo nelle loro tombe sono stati ritrovati oggetti vari tra cui armi per gli uomini e gioielli per le donne.
Nel bacino del Mediterraneo si ritrova un linguaggio alimentare ricco di riti e credenze specifiche di ogni popolo. Nell’antica Roma per celebrare i defunti si consumava il refrigerium, un pasto comunitario nel luogo della sepoltura in occasione del quale si versavano sul terreno e all’interno della tomba acqua, vino, olio e sangue di maiale, oggetto di sacrificio di cui si mangiava la carne. I primi cristiani che praticarono l’inumazione non cancellarono i riti pagani tra cui quello del refrigerium, che era inteso come un ristoro materiale e morale col quale si accompagnava il defunto nel suo viaggio nell’aldilà.
Molte sepolture dell’antica Roma hanno rivelato la presenza di fori in corrispondenza della testa del defunto attraverso i quali si introducevano cibi e bevande mediante delle specie di imbuti o dei tubi di terracotta o ancora delle anfore tagliate inserite nel sepolcro. Per distinguersi dai pagani, i cristiani di Roma stabilirono una scansione differente dei periodi destinati alla celebrazione dei defunti, e il refrigerium si svolgeva al termine del periodo di lutto e ogni anno nell’anniversario della morte del defunto - il “dies natalis” cioè il giorno della morte intesa come nascita alla vita senza fine - piuttosto che nel giorno dell’anniversario della sua nascita come facevano i pagani.
Alcune pitture presenti nelle catacombe rappresentano le dinamiche del refrigerium, e i resti delle necropoli di Ostia e Porto mostrano la presenza di triclini in muratura interni ed esterni, i primi per l’inverno e i secondi per le stagioni più calde, destinati ai banchetti funebri. Nelle catacombe e nelle necropoli sono evidenti bancali, forni o pozzi interni alle tombe; dove mancano è presumibile che ci si servisse di arredi mobili. Nei riti solenni più antichi si mangiavano le africia, le focacce usate per il sacrificio al defunto, non lievitate e aromatizzate con rametti di rosmarino, simbolo dell’immortalità dell’anima. Su un piccolo altare vicino alla tomba si bruciavano profumi e si spargevano oli e fiori; qui si mangiavano le africia e si beveva vino versandolo anche sul piccolo altare.
Queste celebrazioni erano tutt’altro che tristi: erano animate da sentimenti di amicizia e condivisione gioiosa, e servivano anche a risolvere conflitti familiari; questo perché inizialmente si riteneva che il defunto fedele fosse ammesso alla visione di Dio il giorno stesso della sua morte e solo in seguito fu istituita la messa funebre riconoscendo l’incertezza sul giudizio di Dio. La Chiesa ufficiale che inizialmente mostrò una certa tolleranza verso queste pratiche, nel Concilio di Cartagine del 397 le vietò ai vescovi e le sconsigliò ai laici; poi, agli inizi del V secolo, ne auspicò la soppressione ovunque. Questo antichissimo rito rivela l’importanza del cibo che assume un significato simbolico e un ruolo importantissimo dal punto di vista culturale e storico, sociale e affettivo.
Photo by Redazione Prodigus
Scritto da Elena Stante




















































































































































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