Dalle varietà speciali, alla scelta e l'utilizzo in cucina
Abbinare un gadget alla vendita di un prodotto alimentare è una vera tecnica pubblicitaria: ma anch'essa sta cambiando volto
Avete mai sentito pronunciare l'acronimo PTO? Sta per "pubblicità tramite oggetto", ed è una leva di direct marketing ancora oggi sfruttata dalle aziende di molti settori, non per ultimo quello alimentare, in cui i brand utilizzano diversi tipi di gadget per attirare soprattutto mamme e bambini verso l'acquisto del proprio prodotto.
A volte la pubblicità tramite oggetto può coincidere con il merchandising: le aziende con un brand piuttosto forte, sia in termini di riconoscibilità del logo che di incisività degli eventuali pay-off /slogan aggiunti, scelgono di apporre direttamente i propri simboli su t-shirt, shopping bags, penne, tazze, e chi più ne ha più ne metta. Un modo ideale per far felice l'acquirente con un piccolo omaggio, assicurandosi al contempo lo sguardo altrettanto gratuito che i contatti dell'acquirente poseranno incuriositi sull'oggetto.
Ma in altri casi, il voler apporre la propria "firma" sui gadget non c'entra, e il reparto marketing si muove sempre alla ricerca dell'idea più originale da sottoporre al consumatore, naturalmente al miglior costo per l'azienda stessa.
Le catene di fast food più frequentate al mondo hanno scelto di optare per i gadget-giocattolo al fine di catturare la voglia dei più piccoli di ricevere un regalo: è proprio questa la componente psicologica più importante su cui giocare sul potenziale cliente "in avvicinamento al gadget", pronto da catturare attraverso l'oggetto in omaggio più giusto. Se allora gli omaggi per bambini, dai menu dei ristoranti alle merendine da scaffale, sono sempre aggiornati per proporre i personaggi beniamini del momento per la loro fantasia, altri marchi, ad esempio quelli dal forte messaggio familiare, puntano a conquistare il pubblico femminile con piccole suppellettili per la casa o strumenti per rendere più agile la vita in cucina.
Ma le cose stanno cambiando anche per le agognate "sorprese": da un lato, molte di esse sono criticate per rappresentare un ulteriore spreco di quelli che spesso sono materiali plastici utilizzati per produrli. Dall'altro, già dal 2010 in America sono nati alcuni movimenti di protesta dei consumatori, contrari al posizionare i gadget proprio all'interno dei junk food dei quali i bambini non potranno fare ancora più a meno. A tal proposito, già 5 anni fa in Cile è stata approvata una legge secondo la quale i prodotti particolarmente ricchi di zuccheri, grassi e sale non possono contenere gadget di qualsivoglia genere.destinati ai più piccoli.
Sarebbe una buona mossa strategica anche in Italia e in Europa per segnare un altro scacco matto alla dilagante obesità infantile? Sicuramente avrebbe i suoi effetti, ma perderemmo ancora una parte di emozione, e persino di tradizione, nel non trovare più gadget nei prodotti alimentari come un tempo. Una strategia sì di natura puramente commerciale, ma che si lega indissolubilmente anche a tanti ricordi, collezioni, pomeriggi trascorsi a giocare e ridere da bambini. Ma dopotutto, oggi, il gioco ed il suo ricordo si sono ridotti di molto: sono racchiusi nel mondo virtuale dell'irrealtà di tablet e smartphone.
E se questo è davvero ciò che ci aspetterà anche in futuro... allora ancora lunga vita ai gadget come ritorno più semplice alla pura, naturale e soddisfacente socialità.



















































































































































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