A ciascuno la propria "buona creanza"

Pillole curiose di galateo della tavola nel mondo, perché ciascuna cultura ha le proprie buone maniere da imparare a rispettare

A ciascuno la propria "buona creanza"

Che la si chiami creanza, bon ton, galateo, la sostanza non cambia, ci riferiamo al moderno concetto di buone maniere che, nato a partire dal periodo rinascimentale, quando le forme esteriori di comportamento (decorum) si precisarono e progressivamente si differenziarono, è arrivato ad oggi come un bagaglio da conoscere e attuare per saper vivere e stare al mondo.

Il “Galateo” (1558) di Monsignor Giovanni Della Casa delinea per la prima volta i confini di un viver civile improntato su un canone che ricerca il piacevole e il bello, lontano dal pericolo di incorrere nella rozzezza del malcostume (essere screanzati, senza creanza). Da allora, modificate nel tempo e nello spazio, attualizzate e modernizzate, concrete e mai astratte, le norme comportamentali rendono l’uomo educato e padrone dei suoi modi “che porgon diletto, o almeno non recano noia ad alcuno”. 

A questo universo di raccomandazioni (che nel tempo si sono sedimentate e in certi casi adattate) si attribuisce un notevole ruolo educativo, unito alla possibilità di instaurare legami sociali e comunicativi di un certo tipo (si pensi anche alle raccomandazioni de “Il Cortigiano”, 1528, di Baldassarre Castiglione). L’aspetto innovativo della buona creanza è proprio nel concetto di “bella e buona maniera” che si estrinseca concretamente in ogni gesto umano: “nello andare, nello stare, nel sedere, negli atti, nel portamento e nel vestire, (…) nelle parole e nel silentio e nel posare e nell’operare, nel mangiare”.

In senso più moderno definiamo il galateo come l’insieme delle norme comportamentali con cui identifichiamo la buona educazione e possiamo rispondere alle aspettative del comportamento sociale e del vivere collettivo; ma, cosa resta oggi di quegli insegnamenti? Il buon modo di stare a tavola, oggi come ieri, necessita del controllo di sé, dei propri discorsi e dei propri gesti e influisce anche sulla capacità di entrare in empatia con gli altri convitati. Civiltà, cortesia e costumatezza non sono concetti superati, tutt’altro: consideriamo infatti che è soprattutto a tavola, nei momenti di convivialità e condivisione, che si manifesta la buona creanza. Comportarsi bene a tavola è una questione di buon gusto, da “modulare” ed applicare con più o meno rigore a seconda che si sia a tavola con degli amici, ad un incontro di lavoro o ad una cena di gala. 

Nel nostro articolo “A tavola con garbo” potrete approfondire le basi più essenziali delle buone maniere a pranzo e cena. Regole di ieri e di oggi, da non dimenticare; ma cosa succede se ci troviamo a tavola con commensali di altre culture? Vogliamo raccontarvi alcune “creanze diverse” per imparare a rispettare le loro buone maniere quando vi accomodate alla loro tavola e anche in viaggio.

Buona creanza, educazione e cultura si intrecciano infatti dando vita ad una sorta di antropologia dell’ospitalità che potremmo banalmente ricondurre al detto “paese che vai, usanza che trovi”! Le regole della buona creanza a tavola, infatti, non sono uguali in ogni angolo del mondo… alcune si replicano con piccoli aggiustamenti altre sono ben lontane dalle nostre abitudini e spesso bizzarre! 

Mai chiedere, per esempio, sale e pepe in Portogallo: sarebbe come dire allo chef che non ha fatto un buon lavoro in cucina. In Cina mai lasciare il piatto completamente vuoto (in questo caso ci torna inevitabilmente alla mente l’usanza nostrana del morso della creanza, quel boccone da lasciare nel piatto per affermare che il cibo era abbondante). Mai tagliare con il coltello le foglie di insalata in Francia (tradizione che risalirebbe a quando i coltelli erano in argento e si ossidavano a contatto con l’aceto), mentre in Corea del Sud è fatto divieto assoluto di iniziare a mangiare se prima non lo ha fatto il più anziano seduto alla tavola. In alcune zone del Medio Oriente, dell’India e in alcuni paesi africani è d’obbligo l’uso della mano destra per mangiare in quanto, tradizionalmente, la sinistra è riservata all’igiene personale e pertanto non idonea a toccare il cibo in tavola perché impura. 

In Giappone è ammesso fare rumore con la bocca gustando gli udon (spaghettoni di farina di riso) che serviti caldissimi vengono aspirati attraverso le labbra con un movimento che ne aiuta il raffreddamento. L'eruttazione di (rumorosa) aria attraverso il cavo orale a tavola farebbe inorridire chiunque nel nostro Paese, eppure in Cina è espressione di alto gradimento per il cibo gustato. Laddove dovete cimentarvi con le bacchette, in Cina non usatele per girare il pesce (presagio di sfortuna), mentre in Giappone non infilzatele nella ciotola del riso: cliccate qui per leggere altre curiosità sul galateo della tavola giapponese riguardo l'uso delle bacchette. Infine, anche se siete amanti della buona cucina, non chiedete mai il bis in Spagna: potreste essere tacciati di maleducazione. 

Scritto da Viviana Di Salvo

Laureata in lettere con indirizzo storico geografico, affina la sua passione per il territorio e la cultura attraverso l’esperienza come autrice televisiva (Rai e TV2000). Successivamente “prestata” anche al settore della tutela e promozione della salute (collabora con il Ministero della Salute dal 2013), coltiva la passione per la cultura gastronomica, le tradizioni e il buon cibo con un occhio sempre attento al territorio e alle sue specificità antropologiche e ambientali.

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