In cucina con Salvador Dalì

Non tutti sanno che il grande artista surrealista ha influenzato anche il mondo del cibo tra opere e pensieri: scopriamoli insieme

In cucina con Salvador Dalì

L'artista spagnolo Salvador Dalì (Figueres, 11 maggio 1904 – 23 gennaio 1989) è stato di certo una delle personalità più note ed eclettiche del Novecento, lasciando tracce a tutt’oggi incancellabili non solo della sua arte, ma anche della sua personalità in generale, mediante la quale è riuscito a interpretare a pieno il movimento surrealista cui sentiva di appartenere pienamente. 

Lo spirito di trasgressione verso ciò che è convenzionale ha contribuito ad accrescere la sua popolarità e la richiesta del suo contributo in vari ambiti, dalla moda al cinema, dalla fotografia al cinema. All'età di 25 anni, ancora agli inizi della sua carriera, Dalì incontrò l'affascinante Elena Ivanovna Diakonova, che presto divenne sua moglie nonché la musa ispiratrice delle sue opere e sua manager: lei lo aiuterà infatti a farsi strada coltivando le proprie amicizie nel mondo dei galleristi e dei collezionisti. 

Ma forse non tutti sanno che, all'età di soli 6 anni, Dalì dichiarò ai suoi genitori di voler diventare cuoco. Per quanto la sua strada si sia rivelata diversa, infatti, per Dalì il cibo ha la sua importanza: non a caso, è un elemento molto spesso presente nelle sue opere pittoriche e nelle sue creazioni. Troviamo tra i soggetti preferiti soprattutto uova e pane, ma anche cacciagione, aragoste, sardine fritte e costolette di agnello. Gli utensili da cucina si affiancano inoltre ad altri oggetti in forma "liquida", come i famosi orologi molli

ll telefono aragosta di Salvador Dalì, simbolo di sessualità e di dolore di cui esistono 11 esemplari, ha ispirato rassegne fotografiche e abiti di alta moda. Le decorazioni con grandi uova e pagnotte dell'Empordà che ornano le mura del palazzo divenuto il Teatro-Museo Dalí (a Figueres, città natale del pittore) sono probabilmente un tributo del grande artista alla sua terra. Il museo è stato progettato e creato proprio da lui, e raccoglie tutto ciò che si può definire surrealista. Anche l’uovo è un grande protagonista: Dalì lo dipinge e ne fa sculture in tutte le forme e dimensioni. Da sempre simbolo di rinascita, è spesso presente in opere classiche come ad esempio nella "Madonna dell'uovo" di Piero della Francesca, opera che sarà riprodotta nel 1950  dall'artista (che amava l'arte classica) nella sua nota "Madonna di Port Lligat". 

Anche la gastronomia catalana è racchiusa in questa sua predilezione per l'uovo: dopotutto, gli huevos fritos sono tra i piatti spagnoli più tipici, serviti spesso con accanto le patatas bravas e il prosciutto crudo locale (jambon). Nel periodo "mistico" Dalì ha dipinto spesso il pane come simbolo della cristianità; realizzò un primo dipinto "Il cestino di pane" nel 1926, ed un secondo nel 1945, che terminò un giorno prima della fine della Seconda Guerra Mondiale. Il pane di Dalì è qualcosa che, piuttosto che simbolo del necessario sostentamento, si pone contro la logica e la consuetudine e diventa un oggetto d'arte. Queste le sue parole: "Il pane è stato sempre uno dei soggetti feticisti ed ossessivi più antichi delle mie opere, quello a cui sono rimasto più fedele....

Tra le sue stravaganze, c'era il cappello-pagnotta catalana che assomiglia al berretto di un torero: “... il pane che mi metto spesso sulla testa è un cappello con il quale mi presentai a casa quando avevo sei anni. Svuotai un pan de croston, questa forma di pane catalano a tre punte, e lo misi in testa per stupire i miei genitori.”

Ossessionato dal pane, Dalì si aggirava per le strade di New York con una baguette lunga 2 metri, e alla Fiera di Parigi del 1958 sfilò con un gran numero di panettieri con baffi finti portando una baguette di ben 12 metri di lunghezza. E se non bastasse, nel 1971 commissionò ad un noto panettiere parigino l'allestimento di una camera da letto fatta tutta con il pane: furono necessari 35 chili di farina per il solo armadio.

Nel 1973, Dalì pubblicò un libro di ricette intitolato Les Diners de Gala, cioè "Le cene di Gala", in cui si faceva riferimento alle sontuose cene dell'alta società che si tenevano nelle sue abitazioni, ma anche e soprattutto alle ricette ispirate dalla moglie da lui soprannominata affettuosamente “Gala”. In questo libro di 400 pagine, compaiono ben 136 ricette divise in 12 capitoli e corredate da disegni e foto esotiche stravaganti, talora oltraggiose del buon costume e delle convenzioni. Vi compaiono anche spiritosi aneddoti e riflessioni dell'autore. Le parole di apertura del libro fanno già presagire l'opulenza dei piatti: "Se tu sei un seguace di questi soppesatori di calorie che trasformano la gioia del pasto in una punizione, chiudi il libro".

I piatti descritti nel libro sono quelli della tradizionale cucina francese, e chi possiede esperienza può cimentarsi nel realizzarli, anche se non mancano abbinamenti insoliti. Nel Consommè di gamberi c’è una deliziosa commistione di sapori tra crostacei e brodo di vitello, esaltati da pepe di Cayenna, paprika e zafferano; si aggiunge anche il riso, e poi il tutto viene filtrato per essere servito con tuorli d'uovo crudi e con crostini all'aglio in accompagnamento. Nel 1977 fu pubblicato un altro libro, "Les Vins de Gala" (I vini di Gala), in cui sono descritti 10 vini scelti dal maestro Dalì e altri 10 dalla moglie Gala. Questo libro vinse il Prix Montesquieu de la Sommellerie Francaise.

E ancora un altro “filo conduttore” lega Salvador Dalì al mondo del cibo: persino il logo dei famosi Chupa Chups porta la sua firma. La caramella sferica infilzata su uno stecchino fu ideata da Enric Bernat, imprenditore spagnolo, nel 1958. Il nome dato inizialmente alla caramella fu "Gol", ma presto si preferì chiamarla “Chupa”, dallo spagnolo chupar che significa succhiare. Il successo del prodotto arrivò presto e Bernat, che era amico di Dalì, chiese al maestro di aiutarlo a migliorarne il logo. Mentre pranzavano insieme, Dalì disegnò la famosa margherita gialla col contorno rosso che tutti conosciamo; il fiore era in sintonia con il tessuto sociale degli anni '70 e la moda dei figli dei fiori e i suoi colori giallo e rosso che trasmettano allegria e serenità.

Scritto da Elena Stante

Laureata in Matematica nel 1981 presso l’Università degli Studi di Bari, dal 1987 insegna Matematica e Fisica presso il Liceo Ginnasio Aristosseno di Taranto .

Ha partecipato ai progetti ESPB, LabTec, IMoFi con il CIRD di Udine e a vari concorsi nazionali e collabora, con la nomina di Vice Direttore, alla rivista online Euclide, giornale di matematica per i giovani.

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