Lo scrittore e poeta scozzese George Mackay Brown dedicò una profonda poesia al duro mestiere dei pescatori di merluzzi
Nel capolavoro di Bernardo Strozzi una giovane domestica, il fuoco e gli animali raccontano la vita quotidiana di una cucina aristocratica
Bernardo Strozzi, La cuoca, circa 1625, olio su tela, 176 × 185 cm, opera conservata presso Palazzo Rosso, Musei di Strada Nuova, Genova (immagine tratta da Wikipedia)
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Il pittore Bernardo Strozzi, nato a Genova nel 1581/1582, è considerato uno dei protagonisti della pittura genovese del Seicento e viene comunemente inserito nel contesto del Barocco genovese. La sua famiglia non vedeva di buon grado la sua inclinazione per la pittura e, dopo la morte del padre, Bernardo poté dedicarsi alla formazione artistica, entrando prima nella bottega di Cesare Corte e successivamente seguendo il pittore senese Pietro Sorri. Nel 1598, all’età di circa diciassette anni, entrò nell’Ordine dei frati Cappuccini, dal quale deriva il soprannome “il Cappuccino”.
Dopo circa dieci anni trascorsi nell’ordine, tra il 1608 e il 1609, Strozzi ottenne il permesso di lasciare il convento per assistere la madre vedova e malata e poté dedicarsi all’attività pittorica. Fu proprio negli anni successivi che la sua carriera prese slancio, grazie anche alle commissioni ricevute da importanti famiglie genovesi. Nel dicembre del 1625, Strozzi fu accusato davanti al tribunale arcivescovile di aver esercitato la pittura in forme ritenute incompatibili con il suo stato religioso: dipingeva in luoghi pubblici, per fini di lucro e realizzava anche soggetti profani. La vicenda giudiziaria si protrasse negli anni successivi. Dopo la morte della madre, nel 1630, Strozzi cercò di passare ai Canonici regolari lateranensi, che gli avrebbero consentito di continuare a esercitare liberamente la professione. La Curia arcivescovile di Genova emise però un mandato di cattura nei suoi confronti, e la controversia con l’Ordine dei Cappuccini si fece sempre più difficile.
La situazione lo portò infine a lasciare Genova e a trasferirsi a Venezia, dove si affermò rapidamente come uno dei pittori più richiesti della città. Fu qui che venne soprannominato “il Prete genovese”, nome con cui è ancora oggi conosciuto insieme a quello di “Cappuccino”. A Venezia continuò a lavorare con grande successo fino alla morte, avvenuta nel 1644. Lo stile di Strozzi si sviluppò attraverso diverse influenze. La sua formazione iniziale risentì della tradizione manierista toscana e senese, mentre a Genova entrò in contatto con la pittura fiamminga e con l'opera di artisti come Peter Paul Rubens e Antoon van Dyck, presenti e attivi nella città. A queste suggestioni si aggiunse progressivamente un interesse per il naturalismo di matrice caravaggesca, che contribuì alla sua personalissima evoluzione pittorica. Durante il periodo veneziano si confrontò inoltre con la grande tradizione della pittura veneta.
In ciascuna fase della sua carriera Strozzi realizzò opere di grande importanza: affreschi, pale d’altare, ritratti e dipinti destinati alle collezioni private. Tra questi vi sono anche alcune opere riconducibili alla pittura di genere, un ambito che nel Seicento aveva ancora una posizione subordinata rispetto alla pittura di soggetto storico, religioso o mitologico, ma che proprio in quegli anni iniziava a conquistare una propria autonomia. Il realismo e l’attenzione alla rappresentazione della vita quotidiana emergono in uno dei suoi dipinti più celebri, “La cuoca”, realizzato a Genova intorno al 1625 e oggi conservato a Palazzo Rosso, nei Musei di Strada Nuova. I Musei di Genova lo considerano una delle opere più conosciute della pittura genovese del XVII secolo e un vero capolavoro dello stesso Strozzi.
La scena si svolge all’interno di una cucina aristocratica genovese del Seicento, immersa nella penombra. La luce mette in risalto la figura femminile, gli animali e gli oggetti presenti nell’ambiente, creando un forte contrasto con lo sfondo scuro. Il titolo “La cuoca” è in realtà moderno. La donna raffigurata sarebbe più probabilmente una sguattera o giovane domestica, intenta a spennare un’oca. I Musei di Genova sottolineano infatti che, nelle famiglie nobili genovesi dell’epoca, il mestiere di cuoco era riservato agli uomini, mentre alle donne erano affidate mansioni più umili, come appunto la preparazione del pollame.
Il dipinto restituisce così uno spaccato particolarmente concreto della vita quotidiana di una cucina aristocratica. La ricchezza dell’ambiente è suggerita anche dalla presenza, in primo piano, di una preziosa stagnara in argento sbalzato, un oggetto raffinato con un elaborato manico raffigurante una figura femminile. È proprio questo elemento, insieme alla qualità degli altri oggetti e alla quantità di volatili rappresentati, a suggerire l’appartenenza della cucina a una dimora aristocratica. Particolarmente curioso è il collare o collana di corallo rosso indossato dalla giovane. Il suo colore acceso costituisce un elemento cromatico di grande efficacia all’interno della composizione e contribuisce a catturare lo sguardo dell’osservatore.
La giovane è raffigurata mentre spenna un’oca, circondata da diversi volatili, mentre alle sue spalle è appeso un tacchino. Sul fuoco arde il camino, sotto il quale è collocato un grande paiolo. Sono proprio questi elementi quotidiani a rendere la scena particolarmente viva e concreta. È stato proposto anche un possibile significato simbolico legato ai quattro elementi: i volatili potrebbero alludere all’aria, la preziosa stagnara all’acqua, la figura femminile alla terra e il fuoco del camino al quarto elemento. Si tratta però di una possibile chiave di lettura e non di un’interpretazione certa dell’opera. Gli stessi Musei di Genova presentano questa lettura come un’ipotesi, lasciando aperta la possibilità che il dipinto vada interpretato innanzitutto come una straordinaria rappresentazione di un ambiente e di soggetti popolari.
Anche la scelta del soggetto è particolarmente interessante. Strozzi si confronta infatti con quella tradizione fiamminga di rappresentazione di cucine, mercati e dispense che aveva avuto importanti precedenti già nel Cinquecento con pittori come Pieter Aertsen e Joachim Beuckelaer, le cui opere erano conosciute anche nelle collezioni genovesi. A questa influenza si unisce l’interesse per la natura morta e, nel contesto locale, la crescente affermazione del naturalismo caravaggesco.
“La cuoca” compare per la prima volta nei documenti nell’inventario del 1683-1684 dei beni di Gio. Francesco I Brignole-Sale. In seguito l’opera risulta collocata nella villa della famiglia sulla collina di Albaro, dove è documentata almeno fino al 1774. Fu successivamente trasferita a Palazzo Rosso e arrivò nelle collezioni civiche genovesi con la donazione del palazzo e delle sue raccolte al Comune di Genova da parte di Maria Brignole-Sale De Ferrari nel 1874.
Del dipinto esiste anche una seconda versione, oggi conservata presso la National Gallery of Scotland di Edimburgo. La tela scozzese è datata indicativamente tra il 1630 e il 1640 ed è considerata una seconda versione dell’opera genovese. Presenta alcune differenze significative: è speculare rispetto al dipinto di Palazzo Rosso, non presenta il paiolo sul fuoco e la preziosa stagnara d’argento è stata sostituita da un recipiente in rame. Le indagini a infrarossi hanno inoltre evidenziato che, nella versione scozzese, Strozzi aveva inizialmente dipinto proprio la stagnara d’argento, modificandola successivamente.
La seconda versione è quindi particolarmente interessante, perché dimostra quanto Strozzi fosse capace di reinterpretare una stessa composizione, modificandone dettagli e oggetti e adattandola probabilmente alle esigenze di un diverso contesto. “La cuoca” rimane così una delle testimonianze più affascinanti della pittura di Bernardo Strozzi: un’opera nella quale la cucina, il lavoro quotidiano, gli animali, gli oggetti e la figura umana diventano occasione per sperimentare luce, colore e naturalismo. Ed è forse proprio questo il suo fascino più grande: Strozzi riesce a trasformare una scena apparentemente ordinaria di una cucina del Seicento in un’immagine di straordinaria intensità, dimostrando come anche il gesto più semplice e quotidiano possa diventare, nelle mani di un grande artista, materia per un capolavoro.
Photo via Wikipedia
Scritto da Elena Stante




















































































































































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