Geneticamente senza spine

Può la bio-ingegneria migliorare concretamente l'alimentazione umana?

Geneticamente senza spine

In Cina è stato creato in laboratorio un pesce senza spine: si tratta della carpa cruciana (carassius carassius) che, dopo la modificazione genetica, rimane nell’aspetto estetico perfettamente identica a quella con le spine con il "vantaggio" (presunto o reale dal punto di vista pratico e del gusto, certamente discutibile da quello etico e di rispetto delle specie) di essere appunto privo delle tipiche, "fastidiose" parti appuntite interne ad esso. L'operazione è stata condotta da un gruppo di ricercatori del Heilongjiang River Fisheries Research Institute sotto la supervisione della Chinese Academy of Fishery Sciences (CAFS) che ha studiato per 10 anni (dal 2009) ben 1600 geni ed ha individuato ed eliminato quello responsabile della presenza delle spine intramuscolari nei pesci di acqua dolce.

Questo progetto si inserisce in uno più ampio, che indaga da anni per rendere alcune specie ittiche più facilmente commestibili (in modo che consumatori e ristoratori non debbano perdere tempo a spinare il pesce prima di cucinarlo e gustarlo) e più appetibili dal punto di vista commerciale (i pesci molto spinosi rendono più difficile la lavorazione industriale e la trasformazione del prodotto). Secondo i ricercatori cinesi, che però non rendono aperti e fruibili alla comunità internazionale gli esiti di questi studi, questa scoperta promette di rivoluzionare l’industria alimentare mondiale (tanti colossi della produzione e dell’allevamento intensivo guardano purtroppo con interesse a queste opportunità offerte dalla manipolazione genetica). 

Un altro team di studiosi della Huazhong Agricultural University pare abbia scoperto che il gene che controlla lo sviluppo delle spine sia comune a tutte le specie di pesci, anche se al momento l’intervento genetico è stato testato nei laboratori solo su altre due specie, ovvero la carpa erbivora e l’orata di Wuchang. La carpa cinese senza spine si presenta dunque come l’ennesima forzatura applicata alla natura ad uso e consumo dell’uomo. Ma quanto vale, se vale, questo tipo di operazioni? Chi si preoccupa dell’aspetto etico? E di quello più strettamente scientifico? Dove finisce il rispetto e la tutela per la natura e la biodiversità?

Sperimentazioni come questa generano purtroppo terreno fertile per ulteriori studi simili che potranno dare vita a popolazioni ittiche dai tratti diversi rispetto a quelli naturali, solo per renderli più comodi ai nostri bisogni ma a prezzo della loro identità (le spine per i pesci rappresentano l’apparato scheletrico che da loro la possibilità di muoversi). Fa inorridire pensare che dagli Stati Uniti alla Cina gruppi di ricercatori lavorino per innestare ed incrociare geni in modo da ottenere specie animali “nuove” e sperino impazienti nelle autorizzazioni dei vari organismi di controllo per l’immissione sul mercato.

Si parla anche di conigli dalle super doti riproduttive, di maiali modificati per inquinare meno (creati in laboratorio dai ricercatori dell’università di Guelph in Canada), salmoni che crescono due volte più velocemente, mucche ipermuscolose. Il salmone transgenico americano è in attesa di approvazione ed è creato in laboratorio con l’aggiunta del gene di un altro salmone e di una anguilla che determinano un accrescimento doppio rispetto alla specie naturale. Anche in questo caso le riserve sono molte e soprattutto legate al sito in cui questa specie modificata dovrebbe essere allevata. La Food and Drug Administration infatti, intende imporre un allevamento in vasche a terra per evitare ogni possibile contaminazione in mare con le specie selvatiche o da allevamento tradizionale. Anche in questo caso il progetto viene “venduto” come alternativa sostenibile al salmone da allevamento tradizionale e come soluzione per ridurre la pressione sugli ecosistemi marini; in realtà nasconde tutti i rischi e i pericoli di una manipolazione in vitro e della mancanza di trasparenza per i consumatori (dal momento che in Canada l’etichetta per gli OGM non è obbligatoria).

Tralasciando gli aspetti legati ai potenziali aspetti positivi dell'impatto di questi alimenti di origine animale OGM (per la riduzione della fame nel mondo, la produzione di specie vegetali più produttive e resistenti che necessitano di minori pesticidi, per un miglioramento dei contenuti nutrizionali), prendiamo in considerazione anzitutto i potenziali pericoli rappresentati da questi alimenti: la tossicità per l’uomo, la perdita di specie originarie, l’impatto ambientale negativo per la possibile diffusione di materiale transgenico sulle colture e sugli allevamenti tradizionali, per la possibile generazione di erbe infestanti o insetti resistenti rispettivamente a diserbanti e pesticidi e per le conseguenze sulla salute legate agli effetti cumulativi di OGM nell’organismo.

Ricordiamo infatti che per organismo OGM (almeno secondo la normativa europea) si intende un alimento di derivazione vegetale o animale la cui base genetica naturale è stata alterata seguendo pratiche e metodologie che non avvengono in natura (sia sotto il profilo dell’accoppiamento di specie, sia nelle fasi di combinazione tra specie vegetali), cioè in cui siano state modificate o alterate parte del patrimonio genetico con tecniche di ingegneria che permettono di inserire all’interno di un organismo frammenti di DNA proveniente da altri organismi o eliminando un frammento del DNA originario, con modalità che non si verificano naturalmente. Possiamo allora parlare di autentiche e lecite sfide per il futuro?

Se ci lasciamo travolgere da questi meccanismi bio-ingegneristici, saremo in grado di rispettare e tutelare la biodiversità e il patrimonio vivente del nostro pianeta? Un pesce senza spine, forse è più comodo da mangiare, ma non può valere un intervento così profondo e incisivo sulla naturale biodiversità. E’ obbligo di tutti, consumatori, scienziati, politici, conservare, tutelare e possibilmente migliorare il nostro sistema pianeta.

Scritto da Viviana Di Salvo

Laureata in lettere con indirizzo storico geografico, affina la sua passione per il territorio e la cultura attraverso l’esperienza come autrice televisiva (Rai e TV2000). Successivamente “prestata” anche al settore della tutela e promozione della salute (collabora con il Ministero della Salute dal 2013), coltiva la passione per la cultura gastronomica, le tradizioni e il buon cibo con un occhio sempre attento al territorio e alle sue specificità antropologiche e ambientali.

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