Castelli, AmoR di RomA

Vi racconto il mio territorio di nascita, per invitarvi a visitarlo ma soprattutto viverlo e gustarlo!

Castelli, AmoR di RomA

“Guarda che sole ch'è sortito Nannì / che profumo de rose, de garofani e pansè. / Come tutto un paradiso li Castelli so' accosì / guarda Frascati ch'è tutto un sorriso / 'na delizia, n'amore, 'na bellezza da incanta'!”

I versi di questa celebre canzone, scritta da Franco Silvestri quasi un secolo fa (nel 1926) e interpretata nel tempo da diversi artisti (come Anna Magnani, Claudio Villa e Gabriella Ferri), sono un vero inno ai Castelli Romani, perfetti per iniziare a trasportarvi con la mente in quel “piccolo mondo ancora antico” che comprende ad oggi sedici comuni storici sorgenti nell’area di natura vulcanica situata nel territorio a sud-est della nostra Capitale.

 

I “Castelli” devono il loro nome alla presenza originaria d’innumerevoli fortificazioni edificate sulle alture di questi luoghi dalle famiglie della nobiltà romana: la maggior parte di esse è andata distrutta, ma esistono ancora diverse ville storiche (di proprietà privata o pubblica) che svettano maestose tra la rigogliosa flora locale, che pervade con le sue magnifiche tonalità autunnali le cittadine come le strade che le collegano, e ancora i laghi di Albano e Nemi, il Monte Cavo, il Tuscolo e l’Artemisio. Accanto a tante bellezze naturalistiche ed archeologiche, questi luoghi celano qualcosa di ancora più magico: perché mentre le epoche si susseguono, c’è qualcosa che resta immutato, ovvero un’innata sorta di simbiosi tra la città di Roma e questa zona d’entroterra.

 

E mentre la grande metropoli, come da sua natura, cambia costantemente volto nel tempo, dall’esteriorità alle abitudini di chi la abita, i Castelli si dimostrano sempre più ancorati alle proprie radici, dando vita tutt’oggi ad un micro-mondo dove il folklore, l’allegria e l’importanza del preservare le tradizioni fanno parte del DNA dei “castellani”.

Diventa facile così comprendere il motivo per cui, nei fine settimana di qualsivoglia stagione, i centri di Frascati, Grottaferrata, Ariccia, Genzano, Nemi, Albano, Castel Gandolfo e Rocca di Papa diventano tra i più affollati, e annoverano tra i maggiori avventori proprio i romani, ben consci del valore del territorio vicino “naturalmente vocato” al relax, ma perfetto anche per i momenti di festa e la degustazione di ottimi prodotti enogastronomici locali.

Di quelli veraci e che non stancano mai, dalla celebre porchetta alle ciambelle al mosto, dai vini a denominazione d’origine (come il Frascati e il più recente Roma DOC) a quelli più rustici ma non meno sinceri, perfetti da degustare nelle antiche osterie conosciute localmente sotto il nome di “fraschette”.

Ed ecco che il titolo della canzone d’apertura ritorna a suonare - ’Na gita a li Castelli – con solo cinque parole perfette per descrivere quelle giornate fuoriporta da sempre destinate allo svago del popolo, di chi nel tempo libero amava e ama godere delle gioie della vita, e di chi per rilassarsi cercava e ancora cerca un’oasi incontaminata dalla modernità.

Ma non solo, perché i Castelli sono stati scelti come luogo di residenza anche da diversi illustri personaggi, dalla nobiltà al clero, fin dai tempi della civiltà tuscolana: niente di meglio di un territorio ampio, verde, fertile e isolato dal rumore dei grandi centri urbani per garantirsi le gioie di una vita privata in spensierata riservatezza. Tutti questi aspetti agevolano la percezione dell’ospitalità di cui si può godere da sempre su questi colli, e invitano ad approfondire ancor di più le loro preziosità culinarie ed enologiche.

A partire dalla riflessione che esistano due “correnti gastronomiche contemporanee” che da secoli corrono parallelamente su binari tanto distanti quanto vicini. A muovere le differenze, in principio, furono di certo le variabili socio-economiche, che diedero luogo fin dall’epoca romana, a seconda delle possibilità di spesa, a coloro che mangiavano “quello che volevano” (classe nobiliare ed in seguito anche borghese) e ad altri che mangiavano “quello che potevano” (classe proletaria e contadina).

Ai primi, ovvero al ceto sociale di più alto livello, si deve certamente l’aver esportato la notorietà dei Castelli Romani anche all’estero: qui infatti, oltre a poter gustare ottimi vini (amatissimi anche dai papi), arrivavano prodotti da ogni parte del mondo, che venivano magistralmente elaborati dai cuochi del tempo per dar luogo a banchetti rinascimentali tra i più sfarzosi che la storia conosca, in un’epoca in cui esibire e ostentare la ricchezza era un vero must.

Anche questa tradizione, che, seppur in maniera diversa, si ripropone ancora oggi, potrebbe solo all’apparenza sembrare fuori luogo per le tradizioni locali; in realtà, potrebbe essere stato proprio l’amore per i vizi delle classi più abbienti a stimolare e influenzare positivamente la gente del luogo (nella fattispecie il personale dedito al servizio) nell’apprendere le autentiche buone maniere a tavola, per poi farle proprie e trasformarle in quotidianità per un’efficace ospitalità, sotto ogni punto di vista, che ci si rechi tutt’ora in una trattoria, in una pensione o in un’antica drogheria.

Su un binario parallelo scorre invece la tradizione “pura” di una popolazione fortemente legata con le mani e con il cuore alla propria campagna, ciascuno con il suo piccolo orto o la sua vigna, o ancora il suo piccolo allevamento di animali da cortile. Persone a cui si deve l’abilità e l’intuizione di aver contribuito attivamente a far nascere miriadi di tradizioni che rendono ancora vivo il loro territorio di nascita, così bello perché folkloristico, ricco di colori…in tre parole, “tutto da scoprire”.

Basti pensare a Marino, che non sarebbe così nota in tutto il mondo senza la sua tradizionale sagra dell’uva, nel corso della quale, ogni prima settimana di ottobre, le fontane gettano vino; o ancora al patrimonio iconografico della pupazza frascatana, dolce che riproduce la figura di una donna con tre seni in ricordo delle mammane (balie che tenevano in custodia i bambini mentre le madri erano impegnate nella vendemmia). Sono tradizioni immortali come queste che invitano gli stessi romani a godere con costanza del clima unico offerto dai Castelli, dove è possibile assistere anche ad un susseguirsi di eventi di stagione in stagione, nonché partecipare ad una vita sociale autentica e “alla vecchia maniera”, che in molte altre parti d’Italia è stata dimenticata.

Non per ultimo, esiste un terzo binario che s’interseca tra la cucina aristocratica e la tradizione popolare: è proprio il vino, che da sempre ha costituito il valore comune nonché vero collante delle differenze sociali, amato da tutti a prescindere dalle origini e dalla cultura.

Protagonista della convivialità di ogni tavola apparecchiata, il vino dei Castelli ha attraversato momenti di gloria ma anche bui: a dispetto di chi li giudicava troppo “semplici”, oggi i prodotti enologici offerti da questo piccolo ma florido territorio portano avanti con fierezza la propria essenza e la propria storia con un rinnovato successo.

Questa nuova fama si deve di certo al riconoscimento delle denominazioni d’origine, ma ancor di più alla forza e volontà di cambiamento degli imprenditori locali, che hanno creduto nelle innovazioni tecnologiche applicate dai campi alle cantine, ma anche in una “riforma” dell’intera immagine, emozionale ma non globalizzata, propria di ciascuna delle decine di piccole e grandi cantine che convivono sempre più in una viva e sana competizione che sta riportando giusto onore al prezioso nettare delle vigne castellane.

Ed è in questo quadro generale che i Castelli Romani hanno da insegnare qualcosa di molto importante: che l’atmosfera di un luogo dove le tradizioni sono ancora ben solide e vive sarebbe stata limitante da descrivere raccontandone solo le ricette tipiche, visto che le sue radici storiche hanno molto più da raccontare, dall’autentica tradizione dell’accoglienza al valore che i suoi stessi abitanti danno alla terra, al lavoro, all’allegria.

E’ per questo che i Castelli sono un luogo dove “tornare e ritornare”, diversi dalla “Roma turistica” per la cucina varia, tutt’altro che riduttiva e davvero da scoprire, dove lasciarsi servire da persone che hanno ancora davvero a cuore colui che si accomoda ad un tavolo apparecchiato in modo semplice per star bene in modo “informalmente impagabile”. 

Scritto da Fabio Campoli

Imprenditore e opinion leader del panorama gastronomico, attraverso le sue poliedriche attività incentrate sulla cultura, la promozione, la ricerca e una presenza ininterrotta dal 1998 sulle più note reti televisive italiane e sul web, Fabio Campoli ha coniato un modo di essere chef che si esprime ”in cucina e oltre”.  

Fondatore di Azioni Gastronomiche Srl e direttore della testata Promotori di Gusto, nonché direttore tecnico dei progetti editoriali nazionali Facile Con Gusto e Club Academy,

Fabio Campoli è oggi un affermato professionista che con la propria squadra offre servizi su misura per il mondo della ristorazione, dell’intrattenimento, della formazione, della comunicazione/informazione e della promozione.

1 Commento

  1. Mauro Durante13 ottobre 2019 alle ore 11:26

    Grande

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