Il vino fragolino

Cosa contiene realmente oggi e perché la sua commercializzazione è stata vietata dalla legge?

Il vino fragolino

Che buono il vino fragolino! Ottimo da bere ben fresco, e adatto a dolcissimi brindisi, lasciandosi trascinare dalla voglia di stapparlo e dalla sua bontà, è probabile tuttavia che non ci si sia mai soffermati ad approfondirne la reale essenza moderna, dietro la quale si cela un vero e proprio “caso”.

La “storia negativa” del fragolino comincia nel 1932, anno in cui per legge ne fu proibita la produzione e la commercializzazione. Motivo del divieto fu (e lo è ancora oggi) la presenza in esso di alcol metilico (il famoso metanolo)  in dosi tali da renderlo velenoso per i consumatori. Secondo molti esperti però la vera motivazione del divieto fu un’altra e per spiegare questo dobbiamo tornare alla fine del 1880. In quel periodo si diffuse in Europa, specialmente in Italia e Francia, un parassita della vite, la famosa fillossera, un insetto che compiva il proprio ciclo vitale in parte sulle radici della vite e in parte sull’apparato aereo, facendo morire le viti europee (Vitis vinifera).

Fino a quando non si studiò bene la vita di questo insetto, la viticoltura europea fu praticamente distrutta. Solo gli studi scientifici e agronomici consentirono di comprendere che le viti selvatiche americane (Vitis riparia, Vitis berlandieri, Vitis rupestris) non soffrivano per l’attacco dell’insetto, per cui si cominciò a coltivare tali uve. Da noi era già coltivata anche una vite diversa dalla Vitis vinifera, chiamata uva fragola, corrispondente alla Vitis labrusca (o uva Isabella o uva foxy o o Raisin de Cassis) anch’essa poco resistente alla fillossera, ma molto resistente al freddo tanto che veniva coltivata in zone fredde come le vallate  alpine; veniva consumata sia come frutta che per ottenere vino.

Negli anni 30 del secolo scorso i campi si riempirono perciò di queste uve americane, più facili da coltivare ma non valide per il vino, visto che ne derivava soltanto vino scadente. Di conseguenza non solo si doveva bere vino scadente ma si correva anche  il rischio di far scomparire i vitigni classici europei da vino (Sangiovese, Cabernet, Sauvignon, Primitivo, Aglianico, Barbera, ecc.), capaci di dare un vino davvero di qualità, specialmente in Italia e Francia. Insomma, non si poteva certamente rinunciare ai vini splendidi sino ad allora prodotti dalla viticoltura europea.

La conseguenza fu che nel 1931 fu promulgata la legge 29 Marzo n. 376 che proibiva la coltivazione degli ibridi produttori diretti, esclusa l’uva fragola, mentre nel 1936 con la legge 2 Aprile n. 729 il divieto fu esteso anche all’uva fragola, tranne i casi di coltivazione per consumo diretto da aperte del coltivatore e non di altri (sia come uva da tavola che per vinificazione). Però il vero motivo del divieto non fu detto chiaramente perché il mondo agricolo si sarebbe ribellato, essendo quella l’uva coltivabile in quel momento e quindi fonte di reddito per tanti.

Si disse allora che il motivo stava nel fatto che il vino di tali uve e in particolare di uva fragola (fragolino) conteneva dosi elevate di alcol metilico o metanolo, sostanza velenosa per l’uomo. In realtà ciò non era una caratteristica dell’uva che passava per forza al vino, ma derivava dal fatto che a) l’uva fragola e le altre americane venivano coltivate anche in posti non adatti, ottenendo uva ancora più scadente, b) queste uve erano più ricche di pectina nella buccia rispetto alle europee, per cui bisognava prolungare il tempo di contatto bucce – mosto per far passare colore e profumi e sapori al futuro vino, e questo determinava la produzione di maggiori quantità di metanolo.

Tante le parole, ma si dimenticava volutamente che l’uva fragola veniva già coltivata in Europa da tanto tempo prima che arrivasse la fillossera e che secondo alcuni si trattava non di Vitis labrusca pura ma di un ibrido tra questa e la Vitis vinifera europea.

La scelta del 1936 e del 1931, politica ed economica insieme, fu possibile solo perché nel frattempo gli studiosi avevano già trovato la strada da percorrere per ricostituire la viticoltura europea con i classici e famosi vitigni nostrani di ogni area vinicola d’Europa. Innanzitutto i ricercatori avevano ottenuto degli ibridi tra vite europea e americana, ottenendo i cosiddetti ibridi produttori diretti, i però se da un lato evitavano di praticare l’innesto tra vite europea e americana, dall’altro davano vita a vini molto scadenti.

Nel frattempo si era scoperto che la fillossera creava problemi alla vite europea solo sulle radici mentre non si espandeva molto sulla parte aerea (anche se questa risultava comunque compromessa per i danni alle radici), comportandosi invece in modo inverso sulle viti americane, le quali risultavano resistenti a livello radicale e molto attaccate nella parte aerea (la quale però poco interessava vista l’uva e il vino scadenti che ne derivavano). Gli studiosi di viticoltura pensarono allora di innestare sulla base americana una porzione aerea europea: in questo modo la fillossera non faceva paura e l’uva prodotta era buona perché di vitigno europeo e capace, quindi, di dare i vini tanto apprezzati.

Furono prodotte e diffuse quindi le cosiddette barbatelle innestate, cioè piantine di vite formate da due membri: americano alla base (da cui verranno fuori radici) ed europeo fuori terra (da cui verrà fuori l’uva, praticamente uno dei vitigni europei). In definitiva: sommando il divieto di legge alla scoperta dell’innesto americano – europeo, si costrinse il viticoltore d’allora a rinnovare i vigneti impiantando le barbatelle innestate. Ovviamente vi era il risvolto economico della questione: sorsero moltissimi vivai per la produzione autorizzata delle barbatelle, con affari più che sicuri.

Fin qui tutto chiaro, ma ciò che non si comprende è come mai il divieto sia stato sempre confermato dalle successive leggi e dai regolamenti comunitari che nel tempo si sono succeduti, visto che la fillossera era ormai sconfitta, l’uva fragola poteva essere coltivata in zone adatte alla viticoltura, le moderne tecnologie già allora avrebbero consentito di produrre vino fragolino con poco etanolo durante la macerazione delle bucce. L’intervento dei puristi della viticoltura e dell’enologia ebbe il suo ruolo rilevante nella decisione, perché di vini effettivamente validi ve ne erano già tanti, per cui non si ravvedeva la necessità di autorizzare un vino da uva non Vitis vinifera che, in ogni caso sarebbe stato qualitativamente certamente inferiore a tutti gli altri, oltre che più ricco di metanolo (motivo sempre sbandierato).

Fatto sta quindi che ancora oggi il vino di uva fragola non può essere commercializzato, ma al massimo prodotto e consumato ad uso strettamente personale. Quindi l’uva fragola oggi si può coltivare ma solo per uso familiare (sia per frutta che per vino), con impianti grandi al massimo 1.000 m² se destinati al vino (il limite non c’è se si coltiva come uva da tavola): non può essere venduta come uva da tavola e non ne può essere venduto il vino, perché ripetiamo che la coltivazione deve essere per uso familiare in ogni caso. Non è punibile chi distilla le vinacce di uva fragola.

Certamente qualcuno dirà che lui il fragolino lo trova al supermercato. Come mai? La risposta è semplice: non si tratta di vino fragolino (cioè da uva fragola) ma di un vino “legale” (prodotto da vitigni da vino autorizzati) aromatizzato alla fragola, quindi aggiustato con un aroma artificiale di fragola. Volendo descrivere le caratteristiche di questo vino, possiamo dire che è una vera  sorgente di profumi, che viene prodotto leggermente frizzante, che è leggero di alcol e fresco di acidità, dalle note dolci.

Il fragolino è un vino da dessert , può essere bianco (non mettendo le bucce a macerare nel mosto) o rosso (ricordiamo che tale è il colore della buccia dell’acino), con un profumo accattivante e un sapore di fragola molto accentuato (facile da constatare mangiando l’uva fragola come se fosse uva da tavola).  Il deciso aroma di fragola viene chiamato framboisier o cassis dai francesi, foxy (volpino) dagli anglosassoni. Accompagna con leggerezza il dolce e i gelati, specie dopo un lauto pasto. Il bianco ha sapori più delicati e può essere servito come aperitivo, ovviamente freddo.

Quello bianco viene ottenuto anche da un ibrido tra uva fragola e vite europea chiamato Noah (uva Fragola Bianca), così come quello rosso che può essere ottenuto sia da vera uva fragola (uva Isabella) o da ibridi tra questa e la vite europea. La temperatura di servizio ottimale è di 10-12 gradi, sia per il bianco che per il rosso (sarebbe più giusto parlare di un rosatello perché spesso il colore rosso è pallido) che si ottiene, entrambi in genere prodotti mossi e abboccati.

Nessuna Regione italiana, nemmeno quelle del Triveneto (patria del fragolino) ha ritenuto di riconoscere alla bevanda ottenuta da questa uva (non parliamo di vino perché non sempre si raggiungono le caratteristiche di legge) qualche titolo specifico, tale da farlo almeno diventare fonte di un reddito integrativo, specialmente per chi pratica l’agriturismo o altre attività turistiche. Le Regioni Friuli e Veneto consentono che l’uva fragola venga destinata alla produzione di succhi d’uva, oppure  vinificata ma solo per usare le vinacce per la produzione di distillati.

Si conclude quindi che attualmente l’autentico “vino fragolino” si può trovare solo sottobanco, come una rarità, pagandolo certamente più di quanto vale davvero, cosa che si verifica “normalmente” quando il prodotto è proibito per legge.

Fonti consultate

  • Dalmasso – Eynard, Viticoltura moderna, Edagricole
  • M. Fregoni, Viticoltura di qualità, Ed. Tecniche Nuove
  • Manuale dell’agronomo, Ed. REDA
  • Viticoltura ed enologia, Ed. AIS
  • Rivista Il Mio Vino, Ed. Il Mio Castello

Scritto da Luciano Albano

Laureato con lode in Scienze Agrarie presso l’Università degli Studi di Bari nel 1978, ha svolto servizio come dirigente del servizio miglioramenti fondiari della Regione Puglia presso l’Ispettorato Agrario della città di Taranto. Appassionato di oli e vini, ha conseguito il diploma di sommelier A.I.S. e quello di assaggiatore ufficiale di olio per la sua regione

Già specializzato in Irrigazione e Drenaggio dei terreni agricoli presso il C.I.H.E.A.M. di Bari (Centre International de Hautes Etudes Agronomiques Mediterraneennes), nonché iscritto all'Ordine dei Dottori Agronomi della Provincia di Taranto e nell'Albo dei C.T.U. del Tribunale Civile di Taranto

, da sempre ama approfondire il food e il beverage per metterne in rilievo ogni sfaccettatura.

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