La sugar tax funziona?

In Europa è stato il Regno Unito a iniziare a dare l’esempio, e l’iniziativa inizia a mostrare i primi frutti

La sugar tax funziona?

Poche settimane fa in Italia si è iniziato a discutere sull’opportunità di tassare le merendine e le bibite gassate. Tra mille polemiche e ripensamenti, l’argomento è stato accantonato. Almeno per il momento. Tassazioni del genere, in realtà, sono già in vigore in altri paesi europei.

Il Regno Unito, che si appresta a lasciare l’Unione, con grande sofferenza, anche per le ricadute che la scelta avrà inevitabilmente sui mercati, ha introdotto la sugar tax nel 2017. A spingere le istituzioni in questa direzione, gli allarmi lanciati dalla British Medical Association, dal Royal College of Paediatrics e da altre associazioni e centri di ricerca preoccupati per i consumi incontrollati di zucchero. Non solo da parte degli adulti, ma anche e soprattutto da parte di bambini e adolescenti.

Sale infatti, nei paesi occidentali, la percentuale dei minori colpiti da patologie che normalmente riguardano gli adulti. Tra le cause, l’uso sconsiderato, da parte dell’industria alimentare, dello zucchero in qualunque genere di alimento, e quindi l’eccessiva assunzione dello stesso, da parte della popolazione giovane e meno giovane.

La misura introdotta quasi due anni fa in Gran Bretagna, cioè la sugar tax, sembra stia cominciando a dare i primi frutti. Anche se non nelle proporzioni sperate; i risultati tuttavia sono incoraggianti. Molte aziende hanno iniziato a modificare le ricette di bibite, merende, biscotti, yogurt, cereali, formaggi freschi, salse e creme, abbassando spontaneamente il livello degli zuccheri. Quasi il 29% in meno nelle bibite dolci.

Le aziende che non superano un determinato livello di concentrazione di zuccheri per ml (per la precisione 5 grammi su 100 ml), non sono soggette alla tassazione, che consiste in un sovrapprezzo di 18 centesimi. Che diventano 24, se le concentrazioni oltrepassano la soglia degli 8 grammi su 100 ml.

Nonostante molti brand dell’industria alimentare abbiano ridotto l’impiego di zucchero, nella produzione di certi alimenti, ciò non basta. Sono infatti altrettante le aziende che hanno preferito lasciare inalterate le ricette e pagare il sovrapprezzo, forse convinte, non si sa quanto ragionevolmente, che i consumi dei loro prodotti sarebbero calati. Inoltre nuovi alimenti carichi di zucchero, come i milkshake, i gelati e i cibi salati/dolci hanno fatto la loro comparsa sul mercato.

In Italia intanto i dati su obesità e diabete restano poco confortanti. Probabilmente pensare di correggere le cattive abitudini a tavola, ricorrendo alle tasse, è da ingenui. Ma partire da azioni come questa per sviluppare un discorso più ampio è divenuta un’urgenza. Perché non programmare campagne di informazione nelle scuole, sull’alimentazione?


Fonte: Il fatto alimentare

Scritto da Redazione ProDiGus

Il nostro staff in costante elaborazione e ricerca di informazioni utili e attendibili nel mondo del food&beverage

0 Commenti

Lasciaci un Commento

Per scrivere un commento è necessario autenticarsi.

 Accedi


Altri articoli