Il male oscuro degli chef

Il mestiere del cuoco è “divertente” solo nell’immaginario collettivo: in realtà può causare problematiche e risvolti psicologici

Il male oscuro degli chef

L’immagine che si ha degli chef non sempre corrisponde alla realtà, anzi più di qualche volta è falsata da una tendenza generalizzata a considerarli allegri e appassionati nel proprio mestiere, sempre e comunque. Spesso è ciò che mostra ad esempio la televisione: programmi di successo dove i protagonisti sono proprio gli chef, e ancora interventi nei talk show e spot pubblicitari che li impiegano come principali testimonial, che potenziano una percezione spesso lontana dalla verità, se non totalmente errata.

Una ricerca di Harvard e della Stanford University, di qualche anno fa, testimonia che quello del cuoco è uno dei dieci lavori più stressanti in assoluto. In questa classifica delle professioni logoranti, gli chef compaiono subito dopo chirurghi e poliziotti. Lavorare in cucina richiede un impegno fisico non indifferente, anche per gli orari in cui generalmente ci si trova ad operare, cioè quando tutti gli altri riposano. Anche la pressione dell’ambiente è un fattore importante da considerare, come la corsa al successo, la conquista di una posizione e, una volta raggiunto uno status invidiabile, la necessità di conservarlo.

Per gli chef trasformati in star, la pressione sale ancora di più, lo stress in questo caso può diventare intollerabile e sfociare in vere e proprie patologie. Se si considerano anche altri fattori, come la varietà di cibi e bevande, alcol in primis, cui i cuochi sono costantemente esposti, il quadro che si delinea è ancora più complesso.

Detto questo, le rotondità di coloro che arricchiscono i nostri menu, i sorrisi sempre stampati sulle loro facce acquisiscono un altro valore. In qualche caso, vanno interpretati come segnali di uno stile di vita sregolato. Abusare delle ore notturne per mangiare e bere qualsiasi cosa è la norma per uno chef e avvicinarsi alle droghe, per narcotizzare l’ansia e neutralizzare la pressione, è un attimo. Come ha ben raccontato una nota giornalista gastronomica, “fare l’alba insieme agli chef, a fine servizio, bevendo gin tonic e spizzicando prosciutto è, senza dubbio, un bel modo di passare il sabato sera, ma quanto è sostenibile farlo ogni giorno?”.

La risposta a questa domanda è nell’aumento delle depressioni e delle malattie psichiche che colpiscono la categoria dei cuochi. L’americano Daniel Patterson, considerato un promotore della cucina californiana ha ammesso, qualche tempo fa, di essere piombato nell’abisso del male oscuro.

La creatività, in una condizione del genere, è la prima a farne le spese, la depressione annienta ogni iniziativa, spegne ogni desiderio; anche semplicemente alzarsi dal letto al mattino, diventa una fatica. A quel punto viene facile “rivolgersiall’alcol e alle droghe, quando invece l’unica cosa saggia da fare sarebbe incontrare un medico. Prendere coscienza dei problemi è l’unica via per uscirne, naturalmente per tutti, non solo per chi lavora in cucina.

Scritto da Redazione ProDiGus

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