Cosa mangia un lottatore di sumo?

Conosciamo il chankonabe - pietanza tradizionale nell'alimentazione dei lottatori di sumo giapponesi - in tutte le sue profondità di sapore

Cosa mangia un lottatore di sumo?

Il quartiere di Ryogoku sorge sulla sponda ovest del fiume Sumida, nel cuore di Tokyo. Famoso per i piccoli laboratori di artigianato tradizionale, i musei storici sul periodo Edo (1603-1868) e, soprattutto, per il sumo. Si dice che proprio qui, intorno al VI sec d.C , sia nata quest’antica disciplina di combattimento corpo a corpo; sorta dalle ceneri di rituali e danze propiziatorie legate alla religione shintoista, affermatasi nel tempo tra le strade e al cospetto della Corte Imperiale. Ogni anno al Ryogoku Kokugika, primo impianto sportivo ufficiale costruito nel 1909, si tiene uno tra i più importanti tornei a livello nazionale. I lottatori, che prendono il nome di sumotri o rikishi, si affrontano all’interno del dohyo, il ring di combattimento; scopo dell’incontro è spingere l’avversario all’esterno di quest’ultimo oppure atterrarlo, attraverso un complesso sistema di mosse e prese.

Sforzo non da poco, considerata l’imponenza fisica degli atleti. Imponenza forgiata all’interno delle Heya : scuderie, famiglie, accademie comunitarie dove professionisti e aspiranti tali, convivono sotto la guida dei capi allenatori. Una routine serrata tra allenamenti e dieta ferrea, contribuisce a modellarne il physique du rôle non di rado prossimo ai 200 chilogrammi. Protagonista indiscusso degli abbondanti pasti è il chankonabe, ricco e iconico stufato capace di raggiungere, a colpi di abbondanti ciotole, le 20.000 calorie.  

La base di partenza è un buon brodo, ottenuto da ossa di pollo o crostacei, sakè, succo di zenzero e aglio schiacciato. L’aggiunta in bollitura dell’alga kombu, florida lungo le coste del Giappone, accende al palato l’umami, meglio conosciuto come quinto gusto, ‘’sapore di saporito’’. All’interno del nabe, la caratteristica pentola di ferro o argilla utilizzata per la preparazione, vengono poi introdotte le verdure: cavolo cinese, cipollotti, carote, radice di bardana, ravanello daikon, funghi shitake. La nuvola inebriante di profumi potrebbe già conquistare, ma siamo solo a metà dell’opera. Segue una staffetta di tuffi proteici: tofu, pancetta di maiale, uova, manzo, cosce di pollo disossate, gamberi e tsumire, piccole polpette di sardine fresche.

Il chankonabe è quindi pronto per troneggiare fumante al centro del tavolo, contornato da fiumi di birra. Se il pantagruelico appetito dei commensali  non fosse soddisfatto, il brodo rimanente, intrinsecamente ricco, è pronto ad accogliere una generosa porzione di udon, spaghettoni di grano. Per garantire la lenta assimilazione del considerevole apporto calorico, il pasto è prontamente seguito da una manciata di ore di riposo.

La leggenda vuole il suo concepimento dietro ai fornelli della Scuderia Dewanoumi Sumo, ancora oggi tra le più affermate di Tokyo. Siamo nei primi decenni del NovecentoHitachyama Taniemon, 19° Yokozuna del Giappone (massimo titolo nella piramide dei lottatori), conclude la sua fruttuosa carriera agonistica con l’intento di non disperdere l’esperienza accumulata negli anni; decide quindi di dar vita e porsi alla guida della sua personale Heya. Forte dell’alta considerazione sociale riservata agli Yokozuna, al pari di semi divinità, l’affluenza dei lottatori è esponenziale. Nel tentativo di ottimizzare tempistiche e preparazioni, Taniemon rivoluziona le pratiche routinarie.

Soppressa la colazione, ad attendere i rikishi al termine degli allenamenti mattutini e pomeridiani abbondanti scodellate di chankonabe, in origine preparato con quello che la dispensa aveva da offrire. Sempre vario, dunque. Unica eccezione la carne dei quadrupedi, considerata di cattivo auspicio per i futuri incontri (accortezza scaramantica con il tempo abbandonata).  La popolarità del piatto bussò presto alle porte delle scuderie di Ryogoku. Varianti e reinterpretazioni culinarie presero presto piede, le gerarchie dietro la preparazione e fruizione del piatto immutate negli anni. Sono i lottatori più giovani e quelli appartenenti a categorie minori, a dover affiancare il chankoban (capo cuoco della scuderia) nelle preparazione del desco, oltre a sbrigare le più svariate faccende domestiche. Si dice che colui che impara a confezionare il chankonabe più succulento, non ha avuto o non avrà successi in carriera. Sempre i sumotri imberbi e meno affermati, dovranno aspettare che i ‘’senatori’’ aprano e consumino le danze migliori prima di soddisfare stomaci e papille.

Tra le teorie etimologiche più accreditate, troviamo che il termine "chanko" faccia riferimento al legame che unisce il maestro ai suoi adepti, non dissimile dalla relazione genitore e figlio. Chan è difatti traducile come ‘’padre’’, mentre ko viene invece utilizzato come vezzeggiativo riferendosi a ‘’bambino’’. La condivisione del nabe, sontuoso e rifocillante, è da sempre vissuto come momento in cui, in compagnia del maestro-allenatore, rivedere pratiche, chiedere e ascoltare consigli, sedimentare solidarietà e fiducia. 

Photo via Wikimedia Commons / Canva

Classe 1996, figlio della bassa emiliana e laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Bologna. Tutto ciò che gravita attorno alla terra e alla tavola vissuto come palcoscenico di storia, vissuti, tradizioni, cultura e socialità; scrittura e fotografia strumenti attraverso cui dar loro voce ed imprimere colore.

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