L’enigma dei Frutti di Vini

Una figura di giovane, atteggiata in veste di Bacco, siede dietro una lastra di pietra su cui poggiano uva nera e pesche

L’enigma dei Frutti di Vini

Io sono colui che conserva sulle labbra il sapore degli acini. Grappoli ammaccati. Morsi vermigli.”
Pablo Neruda

Michelangelo Merisi da Caravaggio, Bacchino malato, 1593-1597 ca.  Olio su tela 67 x 53 cm Roma, Galleria Borghese

Una figura di giovane, atteggiata in veste di Bacco, siede dietro una lastra di pietra su cui poggiano uva nera e pesche. La posa è quella di un ragazzo in atto di voltarsi verso l’osservatore poco prima di portare alle labbra gli acini maturi del grappolo di uva bianca che tiene tra le mani. 

Il pallore livido dell’incarnato, le labbra bluastre, appena dischiuse in una nota di sorpresa, suggerirono a Roberto Longhi il titolo di Bacchino malato con cui l’opera, d’allora in poi, fu resa nota. Molti studiosi condividono l’opinione secondo la quale Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, si sarebbe autoritratto in tale soggetto, probabilmente durante la  convalescenza seguita al ricovero presso l’ospedale della Consolazione a Roma (l'ospedale dei poveri). Un ricovero dovuto - secondo alcune fonti dell’epoca - per una ferita alla gamba procuratagli dal calcio di un cavallo nonostante la sussistenza di dubbi sulle reali cause della degenza. In ogni caso, si trattò di un evento capace di lasciare una traccia profonda non solo nel corpo ma anche nello spirito di uno dei pittori più affascinanti della storia dell’arte.

Non è qui sede per disquisire sulle discrepanze relative alle datazioni che riguardano sia l’arrivo a Roma di Caravaggio (1592 per alcuni, 1596 secondo Francesca Curti che deduce la data da una recente scoperta documentaria nell'Archivio di Stato di Roma), sebbene propendere per l’una o per l’altra induca a spostare in avanti o indietro le opere prive di datazione certa, sia l’esatto contesto in cui il dipinto fu realizzato, ovvero se presso la bottega del Cavalier D’Arpino, come ci racconta Giovanni Baglione, oppure se presso Monsignor Pandolfo Pucci, come sostiene Giulio Mancini. Certo è che il periodo è quello che corrisponde ai primi anni del soggiorno romano di Caravaggio e che il Bacchino malato rimase insieme ad altri quadri (tra i quali Il ragazzo con la canestra di frutta) presso la bottega di Giuseppe Cesari, detto il Cavalier D’Arpino. 

Oggi ammiriamo queste opere nelle sale della Galleria Borghese di Roma, già favolosa residenza secentesca dove nel 1607 confluirono i dipinti confiscati al Cavalier D’Arpino dal Cardinale Scipione Borghese, su ordine del pontefice Paolo V, suo zio. L’arpinate, infatti, oltre ai dipinti collezionava archibugi, armi la cui detenzione era vietata. Messi gli occhi sui quadri di sua proprietà, Scipione Borghese non esitò a patteggiare la vita e la libertà di costui con la sua ricca quadreria.  

La questione della ricostruzione cronologica e documentaria di tutte le vicende caravaggesche resta ancora difficile da stabilire. Per ricondurci al dipinto in questione, è tuttavia  utile portare l’attenzione a quel sistema di conoscenze e di riferimenti che hanno animato tutta l’opera di Caravaggio sin dai primi anni della sua produzione e che nel Bacchino malato troviamo già ben presente. La descrizione naturalistica dell’essere umano, che caratterizzerà la scelta di ragazzi di strada, oltre che di se stesso, anche nei dipinti successivi, le caratterizzazioni psicologiche unite alla riproduzione di oggetti quotidiani e naturali, quali frutta e cibi da osteria, costituiscono la combinazione vincente delle opere allegoriche del Merisi.

Tuttavia, è questa un’opera unica, particolare, originale. Enigmatica, poiché le interpretazioni, talvolta convincenti, talaltra suggestive, sebbene in parte suffragate da analisi documentarie, non risolvono del tutto l’enigma con cui ci sfida il ragazzo riprodotto nel dipinto. Il Bacchino malato è un soggetto allegorico la cui interpretazione rende valide sia la lettura in chiave cristologica sia quella che propone il riferimento al tema della Vanitas e dei cinque sensi. 

La posa atipica, di tre quarti, rende difficile dire se il giovane stia seduto o se la gamba sollevata o divaricata voglia essere una citazione di motivi michelangioleschi che assumono il significato di vittoria o di rinascita. Un significato, questo, che ben si accorda con lo scampato pericolo corso dall’artista a causa della malattia che lo aveva consegnato alle cure dell’ospedale sopra nominato. Al significato di rinascita rimanda, inoltre, proprio il grappolo di uva bianca, per il suo colore dorato del suo succo. Peculiare in tutti i dipinti in cui Caravaggio riproduce dei frutti è la presenza di parti di essi bacate o marce, come si vede anche nel grappolo d’uva in mano al Bacchino. Allusione alla corruttibilità della materia che ha, tuttavia, in sé la possibilità di trasformare la propria sostanza elevandosi ad uno stadio più raffinato.

Già nel Nuovo Testamento e negli scritti esegetici medievali, l’uva, dando origine al vino, rappresenta di riflesso di Cristo, con il suo sangue e la sua passione. Tra gli studiosi, Maurizio Calvesi è quello che ci ha offerto la lettura più convincente dell’opera caravaggesca, individuando nel Bacchino malato una prefigurazione di Cristo. Il grappolo di uva nera, allusivo alla passione e alla morte per il suo colore vermiglio, è infatti poggiato su una pietra, che ricorda una lastra tombale, con lo spigolo rivolto verso lo spettatore e un poco ruotata rispetto al vano di appoggio, di cui si scorge l’interno vuoto.  Come non andare, di rimando, al brano degli Atti degli Apostoli, 4,8-24 in cui è detto “Questo è Gesù, è la pietra che, scartata dai costruttori, è diventata testata d’angolo”?

L’immagine si ricompone, infine, come un rebus nel quale elementi in contrasto ma complementari dialogano tra loro e il significato finale è quello di un trionfo sulla morte, simboleggiato dall’uva chiara ed esaltato dalla folta corona di sempreverde che cinge la testa del Bacco-Cristo, mentre il martirio e la stessa morte sono altrettanto chiaramente simboleggiati dalla lastra sepolcrale, dall’uva scura ma anche dagli acini marci di quella chiara, trait-d’union dei due mondi, terreno e caduco il primo, divino ed eterno il secondo.

Un martirio che volge dunque alla Salvezza, al cui significato ci riporta ancora la sintesi iconografica offerta dalle due pesche poste accanto al grappolo scuro poggiato sulla lastra in primo piano, presente nel simbolismo cristiano come nei dipinti della Vergine con il Bambino e al quale Caravaggio attinge per questo spettacolare manifesto della condizione umana.

Fonti:

  • Francesca Curti, Michele di Sivo, Orietta Verdi (a cura di), L’essercitio mio è di pittore: Caravaggio e l’ambiente artistico romano, Roma : Università di Roma Tre-CROMA, 2012
  • Claudio Strinati, Caravaggio, Skira, Milano 2010
  • Maurizio Calvesi, Caravaggio, Art dossier, Giunti,  Firenze, 2009
  • Michelangelo Merisi da Caravaggio: la vita e le opere attraverso i documenti atti del convegno internazionale di studi (Roma, 1995), Stefania Macioce, Roma, 1996
  • Maurizio Calvesi, Le realtà del Caravaggio, Einaudi, Torino, 1990
  • Maurizio Marini, Io Michelangelo da Caravaggio, Studio B, Roma, 1974 

Lothar Sickek, Gli esordi di Caravaggio a Roma. Una ricostruzione del suo ambiente sociale nel primo periodo romano, Römisches Jahrbuch der Bibliotheca Hertziana Band 39 2009/2010 (http://edoc.biblhertz.it/preprints/RJb/Sickel_Caravaggio/)

Laureata in Lettere moderne, con indirizzo Storico Artistico, alla Sapienza di Roma, sua città natale, in Scienze Psicologiche Applicate e in Psicologia dello sviluppo tipico e atipico, insegna Storia dell’Arte negli istituti di istruzione secondaria superiore.  

Collabora da oltre un decennio con il Dipartimento di Studi Letterari, Filosofici e di Storia dell'Arte dell’Università degli Studi Roma Due di Tor Vergata nell’ambito della formazione degli insegnanti e da alcuni anni come docente a contratto presso la cattedra di Storia dell’Arte Contemporanea dello stesso Ateneo per l’insegnamento di Metodologie e Tecnologie didattiche della Storia dell’Arte. Interessata da sempre all’indagine iconografica e allo studio dei simboli nelle diverse culture, nonché allo studio della relazione tra arte e pubblicità, ha all’attivo diverse pubblicazioni scientifiche.

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