Tabù alimentari

L’uomo è nato onnivoro: ma vi siete mai soffermati a riflettere su quanto la nostra dieta sia piuttosto ristretta rispetto a quanto un onnivoro potrebbe mangiare, pur variando nelle diverse regioni del mondo? 

Esistono effettivamente sostanze di cui è impossibile cibarci per motivi biologici (es. pietre, legno); in altri casi ancora, scegliamo di evitare dei cibi per motivi di salute, siano essi genetici o meno. Ma ciò che più incuriosisce, è che esistano alcune sostanze perfettamente commestibili per tutti gli esseri umani, ma che per diverse popolazioni del pianeta sono oggetto di categorico rifiuto

E’ evidente, allora, che non si tratta di un problema fisiologico ma di qualcos’altro, che in genere si rapporta alla cultura e alle tradizioni gastronomiche che contraddistinguono un determinato popolo. 

Un pensiero di moda in questo genere di argomenti è che le abitudini alimentari che determinano dei tabù, eliminando completamente alcuni cibi, sono frutto di scelte religiose, irrazionali misteri e credenze popolari. Secondo questa teoria, le scelte alimentari non si baserebbero su questioni pratiche ma su strutture mentali, per cui basterebbe rimuovere queste per determinare il cambio dell’abitudine alimentare. 

Ciò equivale a dire che cibo e nutrimento non sono la stessa cosa: in questo modo, paradossalmente, affermeremmo che scegliamo un cibo non perché ci serve e ci fa bene, o perché è facile da trovare, ma per motivi mentali e culturali. Quindi, secondo questa teoria, il cibo alimenta prima la mente e poi lo stomaco: difficile da accettare! Senza dubbio non è una tesi condivisibile perché nessuno dei sostenitori di essa è mai riuscito a cambiare le abitudini alimentari di un popolo, specialmente i rifiuti, acculturando la gente. 

Gli antropologi più cauti e avveduti ritengono, invece, che i tabù e le scelte alimentari siano il frutto di motivi pratici ambientali, solo in apparenza sono ammantati di credenze religiose o misteriose. Si tratta sempre di scelte ragionate, magari intuitive, ma mai irrazionali. La seconda teoria è molto più credibile della prima perché è vero che un cibo buono da mangiare è anche buono da pensare, mentre non sempre vale il contrario.

Va riempito prima lo stomaco con piacere e vantaggio e poi la mente. Il cibo può certamente avere aspetti simbolici o rituali o altri messaggi, ma la scelta di esso è sempre ragionata. Solo in questo modo un cibo entra nella mentalità collettiva e viene accettato o rifiutato.

La scelta alimentare mette sempre a confronto i benefici di un cibo (nutrienti) e i costi da sostenere (ambientali ed economici) per ottenerlo: quando i primi superano i secondi allora il cibo è buono da mangiare e da pensare, altrimenti è solo buono da pensare e non da mangiare. Quante volte un cibo costa troppi sacrifici per essere ottenuto e anche se buono non viene prodotto (si pensa ma non si opera).

Le cucine delle diverse parti del modo basano le proprie scelte sulle condizioni ambientali prima di tutto e poi su altre. In tal modo:

  • Dove si mangia molta carne vuol dire che le terre sono difficili da coltivare, la popolazione non diviene mai eccessiva per carenza di vegetali edibili; è il caso classico di zone con molti pascoli, prati e foreste; era la situazione tipica dei barbari al tempo dei Romani, in quanto essi si cibavano di moltissima carne vivendo in aree ricche di foreste e pascoli ma povere di terre in cui poter per esempio seminare i vari cereali;
     
  • Dove si mangiano molti vegetali vuol dire che la popolazione è eccessiva; in questo caso se si destinano i terreni all’allevamento ci saranno pochi vegetali per la popolazione, e questo è un problema perché i cereali e i vegetali in genere riempiono di più la pancia della carne; inconsapevolmente tali popolazioni hanno capito che la conversione dei vegetali in carne non è conveniente; oggi sappiamo che questo è vero sia in termini di calorie (ci vogliono 10 calorie vegetali per produrne una soltanto di carne), sia in termini di proteine (servono cinque unità proteiche vegetali per produrne una di carne). A questo punto i costi di produzione della carne sono eccessivi rispetto alla sua utilità; allora accade che la carne diventa cattiva da mangiare e da pensare e alla fine  non si produce (esempio vacche in India).

Oggigiorno, prima con l’industrializzazione e poi con la globalizzazione, assistiamo sempre più al piano di interessi economici di grandi gruppi. I costi e i vantaggi nutritivi passano sempre più in secondo piano: si afferma così il principio per cui buono da vendere = buono da mangiare
 

Note bibliografiche e sitografiche

Scritto da Luciano Albano

Laureato con lode in Scienze Agrarie presso l’Università degli Studi di Bari nel 1978, ha svolto servizio come dirigente del servizio miglioramenti fondiari della Regione Puglia presso l’Ispettorato Agrario della città di Taranto. Appassionato di oli e vini, ha conseguito il diploma di sommelier A.I.S. e quello di assaggiatore ufficiale di olio per la sua regione

Specializzato in Irrigazione e Drenaggio dei terreni agricoli presso il C.I.H.E.A.M. di Bari (Centre International de Hautes Etudes Agronomiques Mediterraneennes)" . Iscritto all'Ordine dei Dottori Agronomi della Provincia di Taranto. Iscritto nell'Albo dei C.T.U. del Tribunale Civile di Taranto

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