Pesce sì, ma sostenibile

L’esigenza della sostenibilità, che giustamente investe ogni ambito del vivere, non può non riguardare anche il consumo del pesce. Alimento fondamentale in una dieta corretta - secondo i nutrizionisti occorrerebbe mangiarlo almeno due volte alla settimana – il suo acquisto suscita tuttavia non pochi quesiti, tra i consumatori. Sia rispetto alla sua provenienza, sia relativi alle tecniche utilizzate per pescarlo.

A volte queste ultime, soprattutto quelle adottate negli oceani, non rispettano il ciclo di vita delle specie ittiche, sempre più danneggiate da una pesca di tipo industriale. Cosa fare per non rinunciare a questo alimento, senza correre il rischio di rovinare l’ecosistema marino?

È noto a tutti che il Mar Mediterraneo non riesca, come molte altre zone di pesca, a soddisfare il fabbisogno nutrizionale dei Paesi che vi si affacciano. I maggiori quantitativi di pescato arrivano sul mercato dall’estero: non solo dai paesi europei, ma anche da quelli extra-continente.

Non è facile quindi, quando si va in pescheria, scegliere il prodotto da portare a tavola. Qualche suggerimento arriva dalla Campagna mare di Greenpeace. Il pesce è ricco di proteine, vitamine e povero di grassi. L’ideale sarebbe seguire sempre la stagionalità, regola che vale per i prodotti ortofrutticoli, così come per il pesce. Scegliere quindi un prodotto di stagione e locale, anche se può costare qualche euro in più rispetto alle specie catturate negli oceani, è importante. Ciò significa consumare un alimento che è sicuramente più sostenibile, poiché l’impatto ambientale delle tecniche utilizzate per pescarlo è minore rispetto a quello provocato dalla pesca cosiddetta industriale.

Un’attenzione particolare merita anche il prodotto ittico d’allevamento. Le tecniche utilizzate, in questo caso, si servono di mangimi e farmaci che possono danneggiare l’ambiente. I mangimi sono solitamente preparati con altro pesce: esemplari sottratti all’ecosistema. I mari dell’Africa occidentale e non solo si stanno impoverendo a causa della pesca eccessiva, proprio di pesce impiegato come mangime negli allevamenti, altrimenti chiamati acquacoltura.

Ciò non significa che il pesce d’allevamento vada demonizzato, piuttosto sarebbe necessario correggere e perfezionare certe pratiche.

Per riassumere: quando si va in pescheria, leggere sempre le etichette, obbligatorie sul banco del pesce. Su un altro fronte, le istituzioni, le amministrazioni locali dovrebbero stringere accordi con i pescatori artigianali, perché i loro prodotti, anche le specie ittiche meno note, possano tornare ad essere valorizzati e apprezzati.


Fonte: Il fatto alimentare

Scritto da Redazione ProDiGus

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