Allarme mercurio nel pesce

Pratiche di pesca sconsiderate e riscaldamento globale fanno aumentare i livelli di mercurio nel pesce. Lo dimostra una ricerca dell’Università di Harvard, pubblicata sulla rivista Nature. La porzione di globo presa in considerazione dallo studio è il Golfo del Maine, un’area dell’Oceano Atlantico sulla costa nord-orientale del Nord America.

Gli studiosi hanno concentrato la loro attenzione su due tipi di pesce, che condividono la catena alimentare, oltre all’ecosistema. Si tratta del merluzzo atlantico e dello spinarolo. I dati ottenuti sono allarmanti: nonostante tra la seconda metà degli anni Novanta e il 2010, la concentrazione di mercurio disperso nell’ambiente (in particolar modo in mare) si sia ridotta del 30%, anche grazie agli interventi legislativi, il pesce che nuota nelle acque prese in esame, continua a presentare considerevoli livelli di mercurio nelle sue carni.

Negli anni Settanta, nel merluzzo, il metilmercurio era più basso in media del 6-20%, rispetto ai primi anni Duemila. Nello spinarolo, invece risultava più alto del 33-61%. Una differenza netta che ha indotto i ricercatori ad approfondire le analisi. La ragione che ha portato a questa disparità sarebbe da rintracciare nell’eccessiva pesca delle aringhe, negli anni Settanta. Sia il merluzzo atlantico, sia lo spinarolo si nutrono di aringhe. Quando questa tipologia di nutrimento non è stata più disponibile, a causa delle sconsiderate pratiche umane, i merluzzi hanno cominciato a cibarsi di sardine e alose, mentre gli spinaroli si sono indirizzati sui calamari e su altri cefalopodi, creature del mare con elevate concentrazioni di mercurio.

Nel momento in cui, nei primi Duemila, le aringhe sono ricomparse nei mari dell’Atlantico, in quella specifica area, le diete di merluzzi e spinaroli si sono differenziate. I primi hanno assunto maggiori quantità di metilmercurio, i secondi no.

Un altro elemento esaminato attraverso la ricerca è la temperatura dell’acqua, il cui aumento è stato, soprattutto negli ultimi anni, costante. In un ecosistema marino così mutato i pesci hanno avuto bisogno di mangiare di più, assumendo indirettamente quantità maggiori di metilmercurio. Tra il 2012 e il 2017, nel Golfo del Maine, la quantità di questa sostanza è aumentata del 3,5% all’anno. Rispetto all’inizio del terzo millennio, i pesci presi in esame avrebbero fatto registrare, secondo lo studio, un aumento medio di metilmercurio del 32% nei merluzzi e del 70% negli spinaroli.

Dove portano questi dati? Consigliano di evitare le generalizzazioni, quando si parla di pescato. Il metilmercurio andrebbe sempre evitato, ma tutti i pesci ne assumono. Ma non tutti evidentemente ne accumulano nelle stesse quantità. Ancora una volta si deve sottolineare che orientarsi è complicato e l’unica strada da seguire, per non cadere nella trappola dei pregiudizi, è informarsi, quanto più possibile.


Fonte: Il fatto alimentare

Scritto da Redazione ProDiGus

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