Quando il claim disorienta

L’abito non fa il monaco o forse sì.

Attraverso gli occhi passano informazioni essenziali (non sempre veritiere), anche sui prodotti alimentari che si acquistano nei market oppure on line. Se così non fosse, la pubblicità perderebbe senso. E allora, siamo sicuri di riuscire a distinguere tra un monaco vero ed una persona che si spaccia per chi non è, indossando l’abito giusto? Giusto per ingannare, ovviamente.

I consumatori sono sempre più preda di claim illusori, nomi altisonanti, e imballaggi studiati ad arte per conquistare l’attenzione, prima, e la fiducia, poi. Orientarsi nel mare delle informazioni che compaiono sulle confezioni dei prodotti richiederebbe, forse, un vero e proprio training.

Quel che qualunque acquirente cerca in genere, sui pacchi di pasta, biscotti, prodotti per la detersione quotidiana, ed altri ancora, è una sorta di rassicurazione sulla bontà degli ingredienti utilizzati per la loro preparazione. Un bisogno che spinge molti consumatori a comprare tutto quello che è “senza”. O almeno si dichiara tale, attraverso una bella grafica. Senza grassi, senza burro, senza zuccheri aggiunti, senza olio di palma, senza glutine, senza conservanti.

Ma “senza” non è sempre quello di cui abbiamo bisogno. Piuttosto ci si dovrebbe concentrare sul “quanto”, sulle percentuali in cui un determinato nutriente è presente in un prodotto e sulla funzione che riveste in quella preparazione.

Una ricerca ha dimostrato che sono 6 milioni gli italiani che comprano prodotti gluten free, cioè senza glutine, ma i celiaci in Italia sono 600 mila.

Le associazioni a difesa dei loro diritti hanno chiesto alle autorità di intervenire, con delle verifiche su tutti quei prodotti che recano la famosa dicitura “senza glutine”.

Ve ne sono di ogni genere: frutta, verdura, cacao, latticini, persino shampoo e dentifrici. Perché etichettare come privi di un determinato ingrediente prodotti che normalmente non dovrebbero contenerlo? La risposta è semplice: quando si avvistano su una confezione le parole “senza glutine”, si tende ad acquistare più velocemente, pensando di stare facendo la scelta giusta. Nella convinzione, indotta, di evitare una sostanza nociva.

Così non è: sulla base delle attuali conoscenze scientifiche una dieta senza glutine, per un non celiaco, non è consigliabile, anche perché c’è il rischio di non raggiungere un adeguato apporto di carboidrati complessi. Casi come questo sono frequenti e rappresentano una sorta di manipolazione della buona fede del consumatore. Lo stesso vale per l’olio di palma, spesso a torto demonizzato.

Bisognerebbe ricordare sempre che, in assenza di patologie particolari o intolleranze e allergie, a fare la differenza rispetto a quel che si mangia, sono le quantità.


Fonte: Campagne Liberali

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