Mangiare tanto, mangiare poco

L’argomento del mangiare molto o poco, digiunare ogni tanto, spesso o mai, in altre parole se mettere il cibo al primo posto nella vita in due modi opposti (mangiare senza ritegno vs vivere di attenzioni a tavola) oggi viene correlato essenzialmente a questioni di cultura alimentare e di salute del nostro corpo, con una miriade di indagini, pubblicazioni, conferenze e seminari internazionali sull’argomento.

Sembra che il cibo riguardi solamente l’organicità dell’essere e non il suo spirito. Ma non è stato sempre così, perché mangiare tanto o mangiare poco è stata nell’antichità una linea di demarcazione tra due culture e modi di essere differenti, tra uno spiritualismo frugale e una deità ricca di eccessi alimentari da correlare alle capacità fisiche e sessuali.

Per la cultura greco romana l’ideale massimo era quello della misura nel cibarsi: piacere senza voracità, generosità nell’offrirlo e nessuna ostentazione. Si prediligeva l’equilibrio e la moderazione, condannando sia gli eccessi che le totali rinunce. La cultura celtica e germanica in genere (Franchi compresi) proponeva invece come modello ideale il grande mangiatore, visto come soggetto positivo da imitare in quanto capace con tale dote animalesca di prevalere sui propri simili in virtù dell’energia che dal cibo gli derivava e della maggiore resistenza alla fame rispetto a chi, mangiando meno, era costretto ad alimentarsi spesso.

Nell’Europa conquistata da questi popoli l’eroe diventa colui che è non solo valoroso combattente ma anche obbligatoriamente grande mangiatore e bevitore, visto che i due aspetti dell’eroicità sono inscindibili per i barbari. Talora alcuni titoli reali e nobiliari non venivano assegnati ai soggetti destinatari in quanto frugali nel mangiare e bere, frugali ovviamente in rapporto ai barbari ma enormi mangiatori se raffrontati a soggetti di origine greca e romana.

Anche tra i monaci del Nord Europa e dell’area mediterranea esistevano le stesse differenze nelle quantità di cibo e di bevande consumate: quelli nordici avevano regole più rigide per digiuno e astinenza, come logica conseguenza del regime alimentare abbondante e non come maggiore fede e dedizione a Gesù. Le stesse regole non potevano non essere applicate ai monaci del Sud Europa: essi prediligevano l’ascetismo, la privazione e la rinuncia. In definitiva possiamo però affermare che le due culture, latina e barbara, si ritrovano unificate nel cristianesimo in quanto entrambe credevano che nella penitenza, nei digiuni, nelle rinunce tutte operate per amore di Gesù e per il distacco dalle cose del mondo che non dovevano dominare l’essere ma essere dominate da questo, vi potesse essere la strada della salvezza.

A caratterizzare tale unità di pensiero vi era anche il fatto che gli ordini monastici (tutti) tendevano ad escludere completamente o in livelli notevoli l’uso della carne, vista come simbolo del potere delle classi nobili. Infatti molti prelati provenivano da famiglie agiate o potenti, dove il cibo non mancava e la rinuncia al cibo più desiderato, cioè la carne, era sinonimo di rinuncia alla vita che si conduceva prima per aderire poi al cristianesimo. I monaci che invece non avevano tale estrazione sociale rifiutavano la carne come gesto di amorevole rinuncia a ciò che si desidera e per non essere additati come incapaci di comportarsi diversamente dai nobili: staccarsi dalla carne equivaleva a staccarsi dal potere umano per aderire solo a quello divino.

I contadini, invece, della povertà avrebbero fatto volentieri a meno e prediligevano più lo stile di vita dei ricchi che quello dei monaci;  i poveri quando potevano mangiavano a dismisura per la paura di trovarsi ad avere fame per scarsità di cibo. Talora anche alcuni monaci si comportavano in questo modo, almeno nei periodi di non digiuno imposto dalla regola. In definitiva chi ricco non era sognava sempre l’abbuffata, tanto da favoleggiare su luoghi dove il cibo era abbondante, gustoso e ….. gratis (es. il paese di Cuccagna). Considerando quanto importante fosse il cibo per tutti, monaci e non, si comprende come il segno più bello dell’amore per Cristo fosse proprio quello di rinunciare a ciò che più si desiderava, per offrirlo a lui in espiazione dei propri peccati e di quelli degli altri.

Si assiste in questo periodo (Medioevo sia alto che basso) ad un continuo scontro tra modi di essere dei nobili e dei poveri, tra profondo pensiero latino di frugalità e pensiero dei nobili barbari di eccesso alimentare e sessuale, tra morale cristiana e potere politico. La lotta sottile non era da sottovalutare perché il vincitore avrebbe avuto la meglio nel sistema sociale, indirizzandolo tutto verso lo stile romano o verso quello barbaro.

Il grande imperatore Carlo Magno si trovò a governare proprio in questo periodo e fece personalmente le spese di questo momento critico: egli infatti era un Franco e nello stesso tempo imperatore di intere popolazioni latine e greche. Era costretto perciò a comportarsi con equilibrio di fronte ai sudditi e alla corte: da un lato doveva mangiare e bere in modo adeguato ai Franchi, dall’altro non poteva esagerare (come avrebbe voluto) per non scontentare i greco romani.

Eginardo, storiografo di Carlo, racconta che l’imperatore mangiava nonostante tutto molta carne, preferiva su tutti gli arrosti (certamente per il senso di selva e di selvaggio che conserva un fuoco su cui si vede cuocere un animale cacciato e sul fatto che poi lo si mangerà usando solo mani e denti, e vincerà certamente chi li ha più forti!) e che non accettò mai il consiglio di alcuni medici di corte di mangiare carni lessate per evitare la gotta in vecchiaia, fatto che puntualmente si verificò così come in tanti altri personaggi dell’epoca (accumulo di acido urico negli arti inferiori e grandi dolori alle gambe, con blocco di ogni possibilità di facile movimento). Racconta Eginardo che la cena del re era formata da “appena “quattro portate di carne, seguite poi da altri cibi.

La disputa tra questi modi di essere di fronte al cibo continua ancora oggi, ma sta perdendo sempre più il connotato di discussione “spirituale” (religiosa o meno che sia), per divenire soltanto un confronto sui benefici o meno del troppo cibo o del digiuno, essenzialmente in termini di salute. Ma l’uomo non è fatto solo di corpo. Riflettete gente, riflettete!

 

Note bibliografiche e sitografiche

  • M. Montanari, La fame e l’abbondanza , Ed. Laterza
  • Padre L. Fanzaga, Le virtù cardinali, San Paolo Edizioni
  • Padre L. Fanzaga Lotte e tentazioni dei padri del deserto , Ed. SugarCo
  • www.fondazioneveronesi.it
  • www.digilander.it
  • www.cerchiodiluce.it
  • www.monasterodibose.it

Scritto da Luciano Albano

Laureato con lode in Scienze Agrarie presso l’Università degli Studi di Bari nel 1978, ha svolto servizio come dirigente del servizio miglioramenti fondiari della Regione Puglia presso l’Ispettorato Agrario della città di Taranto. Appassionato di oli e vini, ha conseguito il diploma di sommelier A.I.S. e quello di assaggiatore ufficiale di olio per la sua regione

Specializzato in Irrigazione e Drenaggio dei terreni agricoli presso il C.I.H.E.A.M. di Bari (Centre International de Hautes Etudes Agronomiques Mediterraneennes)" . Iscritto all'Ordine dei Dottori Agronomi della Provincia di Taranto. Iscritto nell'Albo dei C.T.U. del Tribunale Civile di Taranto

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