Confetti regali (seconda parte)

(seconda parte)

Immagine di apertura: Fratelli Zavattari, Matrimonio tra Teodelinda e Agilulfo, particolare della scena 30, ciclo della Cappella di Teodolinda, Monza, 1444

Ma torniamo ai confetti dipinti nell’affresco del Matrimonio tra Teodelinda e Agilulfo e che tengono le fila dei salti nel tempo che, tra affreschi e poesia, stiamo insegugendo. Va osservato in premessa che il vero confetto (termine che deriva dalla parola confectum, che significa preparato, confezionato) come piccolo dolce di zucchero che contiene all’interno mandorle, nocciole intere, pistacchi o cioccolato, fu introdotto in Italia proprio nel XV secolo, essendo stato lo zucchero importato dalle Indie non prima di quel periodo.  

Alcune fonti (V sec. a. C.) fanno risalire la nascita del confetto all’età romana. Si trattava di dolcetti simili a bon bon, fatti con mandorle o frutta secca, che una volta ricoperti di miele venivano fatti asciugare e indurire al sole. Dolcetti simili erano in realtà presenti anche nel mondo arabo, attraversano tutta l’età medievale.

È  davvero difficile stabilire chi ne detenga il primato dell’invenzione, nonostante si tramandi l’aneddoto del maldestro Julius Dragatus, aiuto cuoco al servizio dei Fabi, il quale avendo rovesciato per errore delle mandorle in un pentolone nel quale bolliva del miele pensò bene di recuperarle ed asciugarle al sole. Visto che le mandorle si erano indurite per effetto del miele, l’aiuto cuoco non si perse d’animo e le servi come dolcetti. 

Quello che le fonti descrivono con certezza è il fatto che già gli antichi romani usavano i confetti per celebrare nascite e matrimoni. La tradizione, giunta sino a noi, associa il confetto ad un piccolo scrigno in cui lo zucchero è reso a mo’ di guscio protettivo del seme-mandorla, le cui due metà simboleggiano l’unione della coppia. In occasione di un matrimonio e, più estesamente, nei festeggiamenti che sanciscono eventi di rinnovamento e di passaggio di stato, agli invitati vengono offerti dei confetti.

Si dice che “porti bene” mangiare i confetti durante la festa. E così vediamo fare al fanciullo in primo piano nell’affresco riprodotto nel particolare della fig. 1. Mentre lo zucchero si scioglie, tra la lingua e il palato si effondono le note amare della mandorla, dal gusto intenso di marzapane, o talvolta più dolci, con sfumature di caramello.

Un inno all’unione è la scena con il banchetto di nozze di Teodelinda e Agilulfo, con la tavola imbandita dei soli confetti: sparsi sulla tavola e offerti in raffinate coppe auree da efebici paggi dal capo inghirlandato di roselline bianche. Sono cinque i confetti posti davanti a ciascuno degli sposi, in rigoroso numero dispari per indicare l’indivisibilità della coppia. La disposizione dei confetti non è casuale ma ha un preciso significato in relazione alla gestualità “parlante” delle mani dei personaggi. 

È interessante osservare come Teodelinda e il personaggio alla sua destra mostrino che stanno parlando attraverso il caratteristico schémata (gesto parlante) della mano destra reclinata in orizzontale e con l’anulare e il mignolo piegati mentre l’indice e il medio sono divaricati. Sin dalle rappresentazioni più antiche non erano i volti e i visi a esprimere sentimenti o moti interiori dell’anima, bensì il linguaggio dei gesti, del corpo e delle mani, fondato su un vocabolario iconografico socialmente condiviso.

Inoltre, a particolari gesti erano associati valori e significati che l’osservatore poteva facilmente cogliere. È anche il caso dell’affresco nuziale di Teodelinda e Agilulfo nel quale vediamo che la mano sinistra di ambedue gli sposi poggia sulla tavola con il solo pollice aperto a mo’ di appoggio sulla tavola mentre le altre dita sono chiuse all’interno della mano come se contenessero qualcosa.

Entro lo schema a “V” del pollice aperto e dell’indice ripiegato che deriva da tale gesto è posto un confetto, più lungo per lo sposo, rotondo e piccolino per la sposa, in una chiara allusione all’unione sessuale che ha il suo completamento di auspicio alla fecondità nel confetto indicato dall’indice della mano destra dello sposo. In poche parole, la conversazione sembrerebbe sottolineare che scopo del matrimonio è la prosecuzione della stirpe regale. 

Un augurio di fertilità reso ancor più evidente dalla scelta iconografica compiuta per rappresentare il matrimonio tra Teodelinda ed Authari nello stesso ciclo pittorico, in cui non vi è traccia né di banchetto né di confetti.
 

Note bibliografiche e sitografiche

Laureata in Lettere moderne, con indirizzo Storico Artistico, alla Sapienza di Roma, sua città natale e in Scienze Psicologiche Applicate all’Aquila, insegna Storia dell’Arte negli istituti di istruzione secondaria superiore.  

Collabora da più di un decennio con l’Università  degli Studi Roma Due di Tor Vergata nell’ambito della formazione agli insegnanti e da alcuni anni come docente a contratto con la cattedra di Storia dell’Arte Contemporanea dell’Università degli Studi Roma Due di Tor Vergata.

È, inoltre, cultrice di materia presso la cattedra di Psicologia scolastica e delle dinamiche dei processi educativi all’Università LUMSA di Roma. Interessata da sempre allo studio dell’analisi e dell’interpretazione delle immagini, al fine della comprensione del loro significato e degli eventuali simboli in esse rappresentati, ha all’attivo diverse pubblicazioni scientifiche.

Da diversi anni si occupa dello studio della relazione tra arte e pubblicità

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