Alice e il gusto delle meraviglie

Una delle storie fantastiche che ci ha più appassionato durante l’infanzia è sicuramente quella di Alice nel paese delle meraviglie, personaggio creato da Lewis Carroll (alter ego di Charles Dodgson) nella seconda metà dell’Ottocento, autore di due volumi - Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie, 1865, e Attraverso lo specchio, 1872 - che hanno ispirato numerose pellicole cinematografiche (oltre a diverse variazioni letterarie sul tema). Primo fra tutti, l’indimenticabile lungometraggio Disney del 1951, seguito da Alice in Wonderland del 2010, dell’eclettico regista Tim Burton.

Siamo certi che molti di voi non si saranno di certo lasciati sfuggire che i due libri di Alice (nonché innumerevoli altre opere di Carroll, tra prosa e poesia) sono pregni di riferimenti al mondo gastronomico: c’è sempre un buon motivo per parlare di tè, pane imburrato, marmellate, biscotti e chi più ne ha più ne metta. Ed il cibo diventa anche protagonista di dettagli e scene che lo rendono magico e “fantasy”, come il pane in cassetta le cui fette svolazzano come farfalle (il panfarfalle, appunto, come lo traduce il cartone animato di Walt Disney), o i biscotti ed i funghi che consentono di cambiare dimensioni.

Lewis Carroll si divertiva fin da bambino a inventare storie assurde e divertenti: in principio le raccontava alle sue sorelle, mentre quando crebbe divennero il mezzo per lanciarsi nel mondo della scrittura di poesie umoristiche, filastrocche per bambini, giochi di parole, indovinelli e rompicapi, che divennero poi parte dei suoi capolavori. Ma la sua vera innovazione fu l’introduzione di quelle che vengono definite come parole-portmanteau, o parole-baule, che fondono insieme due o più vocaboli in uno solo, per condensarne il senso. Per comprendere di cosa parliamo, un moderno esempio di parola-baule è ad esempio il termine smog, nato dalla fusione delle parole “smoke” (fumo) e “fog”(nebbia). E tornando a Carroll, potremmo tornare a pensare alle suddette “panfarfalle”, in cui due parole si uniscono in questo caso per creare una figura immaginaria ma resa già estremamente realistica dalla nuova terminologia.

I numerosissimi riferimenti al cibo, a detta di molti, sono legati ad una vera e propria ossessione verso di esso da parte dell’autore, sin da quando era bambino (forse come riflesso di motivazioni profondamente familiari). Ma non solo: secondo altri, Carroll conosceva bene la mente dei bambini e la loro naturale inclinazione alla golosità, che li portava ad amare anche i libri che ne parlavano. Nella sua fiaba il momento dei pasti si fa inoltre mezzo per trasmetterne l’importanza come vero rituale, dall’ora del tè al pic-nic fino alla cena.

Qualunque ragione si voglia dunque addurre all’abbondanza di cibo in Alice nel paese delle meraviglie, ciò che appare certo è che in una fiaba così complessa e ricca di concetti che possono assumere molteplici significati, di simbolismi e di paradossi, gli alimenti assumono valenze molto più profonde di quelle puramente “mangerecce”.

Ricordate l’orologio del Bianconiglio che il Cappellaio Matto taglia a metà come un panino, spalmandolo con il burro? Sotto gli occhi di un’Alice allibita, il grande orologio “da taschino” viene anche riempito di briciole di pane (provenienti dal coltello) e inzuppato in una tazza di tè dalla Lepre Marzolina. Inizia un vortice in cui i personaggi fanno di tutto nell’ottica in cui ciò che non è commestibile finisce per esserlo (come il Cappellaio Matto che addenta e sgranocchia una tazza da tè).

Ancora un’immagine fantasiosa del cibo, che lo porta ai limiti dell’immaginazione, si colloca nel momento in cui Alice sceglie di bere da una bottiglietta con su scritto “Bevimi” nel tentativo di riuscire ad attraversare la stretta porta presidiata dal Signor Serratura. La descrizione del liquido ingerito da Alice da parte di Carroll parla di qualcosa che non somigliava affatto ad una bevanda, ma ad una mistura di cibi solidi. Alice ne descrive un sapore di pane tostato, di caramello, di ananas e di arrosto al tempo stesso!

 

E infine, come non ricordare la storia del Tricheco e il Carpentiere, dove co-protagoniste sono le ostriche e una grande scorpacciata finale delle stesse da parte del Tricheco, con il compare che rimane a bocca asciutta?

In generale, comunque, si può dire che nei libri che raccontano dei viaggi di Alice il cibo c’è, ma è soprattutto un’illusione: non si riesce a mangiare, sfugge, scompare, causa “effetti collaterali” come il cambio di dimensioni. Sul lungo tavolo da te del party del Cappellaio Matto, in realtà non c’è nulla da mangiare. Al banchetto della Regina dello Specchio, Alice arriva in ritardo e si perde la zuppa e la portata di pesce: le resterebbero il montone e il budino, ma la buona educazione le vieta di nutrirsi di cibi che…le si sono presentati con un inchino. Il Cinque di Cuori rischia la decapitazione perché ha recapitato alla cuoca reale bulbi di tulipano anziché cipolle, e le tartine della Regina non si possono mangiare perché sono state rubate.

Il cibo è dunque vissuto in modo "strambo" quanto l'intero mondo parallelo in cui si ritrova Alice, ovvero si mostra appetitoso ma per rivelarsi in seguito un miraggio, quasi un’allucinazione. Il reale bersaglio di Carroll – ovvero il messaggio nascosto nei suoi libri – è stato l’intero sistema educativo dell’epoca, basato su moralismi e su filastrocche e poesie sai contenuti edificanti, spesso neanche compresi da un bambino, ma da imparare rigorosamente a memoria. Ed anche la presenza-assenza del cibo rivela un tono satirico dell’autore nei confronti della società vittoriana del tempo e dei gravi problemi di malnutrizione che affliggevano il Regno Unito.

L’alleanza dell’autore con i bambini, per difenderne la purezza, la dignità e soprattutto i sogni, vuole essere sugellata dalle sue opere: dopotutto, fu proprio la piccola figlia di un amico di Lewis Carroll la prima a sentirgli raccontare di Alice e a chiedergli di scrivere la sua fantastica storia in un libro, che sarebbe diventato in breve tempo un vero patrimonio dell’umanità.

Note bibliografiche

C. Caneva, La tavola delle meraviglie, Il Leone Verde Edizioni 2008

Scritto da Sara Albano

Diplomata al liceo linguistico internazionale di Taranto, sua città di nascita, raggiunta la maggiore età sceglie di seguire il cuore trasferendosi nella food valley d’Italia, conseguendo la laurea magistrale in scienze gastronomiche presso l’Università di Parma, per poi intraprendere un master in Marketing e Management per l’Enogastronomia a Roma e il percorso per pasticceri professionisti presso la Boscolo Etoile Academy a Tuscania, dopo il quale ha subito inizio il suo lavoro all’interno della variegata realtà di Campoli Azioni Gastronomiche Srl,  dove si occupa oggi di back office, redazione e project management a 360°, sia in ambito di ristorazione ed eventi, che in ambito di attività che coniugano la gastronomia ai settori dell’editoria, del marketing e della comunicazione. 

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