Aggettivi di gusto

Sono svariati gli aggettivi che la lingua italiana ci offre per descrivere pranzi e cene; ognuno di essi, magari solo per leggere sfumature, è in grado di connotare con precisione quale, quanto e di che pregio sia il cibo servito in tavola, oltre che l’atmosfera e, talvolta, le conseguenze.

Se il (cacofonico) pranzettino stuzzicante rievoca vezzose ciliegine di mozzarella alternate a pomodorini o tartine di formaggio spalmabile “virgolettato” da erba cipollina, una cena indigesta profuma di pizza frettolosamente lievitata o di conto troppo salato. Le barrette del pasto sostitutivo accostano gli astronauti alle persone sovrappeso togliendo a questi ultimi un po’ di gravità, mentre le portate del pranzo pasquale hanno i colori della primavera.

Fiero (nel senso di bestiale e non orgoglioso) era il pasto del conte Ugolino della Gherardesca, che nella Divina Commedia è ritratto mentre rosicchia la testa del nemico arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini. Le cene romantiche generano grandi aspettative per ciò che, più dolce del dessert, può seguire… Genuini sono i pasti che ci attendiamo in fattorie e malghe, formali quelli che spiazzano per numero di bicchieri e posate.

A Lucio Licinio Lucullo, politico e militare romano vissuto tra I e II secolo a.c., dobbiamo l’aggettivo luculliano, che trova delle discrete approssimazioni nei sinonimi sfarzoso, elegante e regale. Il Riso, oro e zafferano di Gualtiero Marchesi e i Filetti di triglia in scaglie di patate di Paul Bocuse sulla tavola di Lucullo avrebbero trovato sicuramente spazio.

Agli antipodi troviamo le cene tristi, che sanno di brodo di dado, sottilette e contorni surgelati, e quelle disgustose, che hanno come commensali chi mastica con la bocca aperta e come piatti quelli che i format americani schiaffano sui nostri teleschermi. Non dimentichiamo i più edificanti pranzi domenicali, che profumano di lasagne e famiglia riunita, e quelli nuziali, che “gli sposi scattano le ultime foto e iniziamo” e finiscono con un festoso schioppare di bottoni e allentare di cinture.

La lista potrebbe prolungarsi ancora a lungo, comprendendo aggettivi usati magari impropriamente, ma con una certa efficacia (galattico, abbondantemente budspenceriano o tragicamente fantozziano), voci familiari di comprensibile significato e sapide espressioni dialettali.

Terminiamo questa lista incompleta con un “regalo” che ci fa la letteratura cinquecentesca francese: pantagruelico. Questo esuberante attributo deriva dal nome del gigante Pantagruel, protagonista, assieme al padre Gargantua, dell’omonimo romanzo di François Rabelais. Questa corposa (sic!) pubblicazione narra le avventure dei due e di altri personaggi da loro incontrati attraverso avventure, peripezie e situazioni grottesche che lambiscono e si tuffano in fatti storici, politici e religiosi dell’epoca, polemizzando, commentando e deridendo.

Se gigantesca è la mole di Pantragruel, proporzionata alla stazza è la sua fame di cibo e di conoscenza: banchetti interminabili, copiose libagioni e dotte disquisizioni si susseguono attraverso il migliaio di pagine che compongono questa particolarissima opera letteraria. Volete un assaggio di tanta pantagruelica sovrabbondanza? Eccovi il menù di una delle varie cene affrontate da Pantagruel:

«Ciò detto fu preparata la cena e in più del consueto furono arrostiti sedici buoi, tre manze, trentadue vitelli, sessantatré caprioli lattonzoli, novantacinque pecore, trecento porcellini di latte con salsa di mosto, duecento e venti pernici, settecento beccaccie, quattrocento capponi del Ludunese e della Cornovoglia, seimila pollastri e altrettanti piccioni, seicento gallinelle, mille e quattrocento leprotti, trecento e tre ottarde e millesettecento capponcelli. Non molta cacciagione si poté procurare così all'improvviso; non v'erano che undici cinghiali inviati dall'abate di Turpenay e diciotto fra daini, cervi e caprioli regalati dal signore di Granmont, più venti fagiani mandati dal signore di Essars e qualche dozzina di colombacci, d'uccelli acquatici, di arzavole, tarabusi, chiurli, pivieri, francolini, oche selvatiche, pizzacheretti, vannelli, palettoni, pavoncelle, aironetti, folaghe, tadorne, gazze, cicogne, oche granaiuole, fiammanti (cioè fenicotteri) terragnoli, dindi, gran quantità di gnocchetti e rinforzo di minestre»

Tratto da François Rabelais, Gargantua e Pantagruel, traduzione di Gildo Passini, Formiggini editore, Roma, 1925)

Scritto da Mauro Sperandio

Nato a Venezia nel 1980, diplomato al liceo classico, laureato in Scienze politiche all'Università di Padova, vive tra i monti dell'Alto Adige.

Padre e compagno felice, copywriter e storyteller, si occupa di scrittura creativa per le aziende, di turismo e di pubblicità. È curioso di ogni cosa, ma con spirito critico. Ama intervistare persone felici di quel che fanno, cercando di imparare da ciò che azzeccano.

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