Le tavolate di San Giuseppe

Santo silenzioso per eccellenza (nella stessa Sacra Scrittura non dice una sola parola, ma ascolta e ubbidisce), San Giuseppe (venerato in particolare dai monaci benedettini sin dal 1030, i quali sembra offrissero cibo ai più bisognosi, oltre a riparo per la notte) nel giorno della sua festa suscita, al contrario, in tante parti d’Italia un gran vociare di preghiere e al tempo stesso di allegra riunione con i propri cari.

Non tutti però sono a conoscenza delle celebri tavolate che vengono allestite per l’occasione in diverse regioni meridionali e insulari, le cosiddette tavolate o tavole di San Giuseppe, uso rituale di antica tradizione, sulle cui origini esistono molte versioni, tutte accomunate dall’intento di offrire cibo ai poveri, anche se oggi la manifestazione si rivolge diversamente da un tempo soprattutto a forestieri visitatori del posto, amici, familiari e a chiunque voglia pregare il Santo in una situazione conviviale e nello stesso tempo vivere una grande esperienza di gusto.

Le tavolate non rappresentano solo un evento devozionale, ma anche l’opportunità per vedere raggruppate insieme le ricette tipiche della gastronomia locale, insieme ad altri usi e tradizioni per la festa del Santo. Dall’Abruzzo alla Sicilia si assiste, nel giorno della festa e in quelli precedenti, non solo alla realizzazione di grandi falò (uso di derivazione antica e pagana, correlata alla fine della stagione fredda e alla ripresa della vita nel mondo agricolo, con la ripresa della vegetazione delle piante e delle gravidanze e parti di pecore e capre, un tempo molto più diffusi dei bovini) ma anche alla realizzazione di altari e altarini per il Santo, sia nelle piazze dei paesi devoti a San Giuseppe (che sia patrono o meno) che nelle case private, così come

le tavolate sono allestite sia nella propria casa (aperta quel giorno a tutti) che nelle piazze importanti dei paesini.

Portiamoci allora in Abruzzo, in provincia di Chieti, esattamente a Monteferrante (non è però l’unico, è soltanto il più famoso della zona), paesino in cui il 19 Marzo viene allestita una scenografia con la Sacra Famiglia, impersonata da due adulti (scelti non a caso ma di note qualità morali) e un bambino, nonché le tavolate del Santo, con la caratteristica che queste un tempo erano allestite nelle case di due abbienti e nobili famiglie del luogo (i Massa e i Berardinelli) mentre oggi vengono realizzate in ristoranti a spese delle famiglie che vogliono ancora perpetuare la tradizione. Ma perché proprio quelle due famiglie? Leggenda vuole che il Santo fosse apparso in sogno ai capostipiti di queste, chiedendo che condividessero con i poveri del posto la loro abbondanza, perpetuando nel tempo tale bontà sociale. All’inizio c’erano solo le tavolate, poi fu introdotto l’uso di rappresentare la Sacra Famiglia. Questa si reca al mattino in chiesa per la Messa in onore del Santo, dopo di che seguiti da tanti devoti si reca sul posto della tavolata, dove li attende il sacerdote, che provvede a benedire tutti i presenti e il cibo da consumare.

La consumazione delle diverse pietanze inizia quando i componenti della Sacra famiglia prendono posto e iniziano a mangiare. Tutti possono partecipare e appositi incaricati portano vivande nelle diverse case del paese, visto che non tutti possono trovarsi alla manifestazione ma tutti si vuole che partecipino alla tradizione. Ma vi chiederete: cosa si mangia alla tavolata? Si tratta di piatti poveri e tipici come pasta con tonno e baccalà, pasta aglio e olio con mollica fritta, misti di verdure, fave e fagioli, pesci freschi, uova, frutta e ovviamente dolci tipici come le zeppole. Tra i presenti alcuni sono stati invitati, e sono quelli che mangiano per primi, poi possono farlo tutti gli altri presenti. Le tavolate vengono allestite sia in piazza che nelle case private, o per semplice devozione o per chiedere o ringraziare per grazie ricevute per intercessione del Santo: costante è la presenza dell’altarino per il Santo.

Per consumare i cibi non ci si siede ma stando in piedi si assaggiano le pietanze, in maniera decorosa e devota, magari recitando mentalmente delle preghiere. Si può lasciare un’offerta in denaro per partecipare anche alle spese e per aiutare la parrocchia nelle opere a favore dei più sfortunati.

Nel vicino Molise la tradizione delle tavolate vede primeggiare il paesino di Riccia (come anche a Castellino del Biferno, San Martino in Pensilis, Casacalenda, Larino, Bonefro , ecc.), con la caratteristica (comune però anche ad altri posti del Sud Italia) di preparare al massimo 13 pietanze povere e magre (in alcuni paesini si giunge a 19, come la data della festa), sia per le tavolate di piazza che per quelle domestiche, in genere allestite un tempo non da tutte le famiglie ma solo da quelle miracolateper intercessione del Santo: la tavolata diventa quindi una sorta di ex voto. La tradizione per i Molisani trova la sua origine nella povertà di Giuseppe falegname, il quale certamente conobbe l’indigenza e la privazione, specialmente quando doveva nascere il Bambino e non trovava ospitalità per la sua Famiglia, da cui il destinare cibo ai poveri come fu lui insieme a Maria e Gesù.

La preparazione delle pietanze avviene nei giorni 17 e 18 Marzo (antivigilia e vigilia della festa) e tutte le tavolate sono accomunate dalla presenza nella stanza di un quadro del Santo o di una sua statua, oltre che dalla presenza di altarini (a differenza di altri luoghi) anche nei vicoli e vicoletti del paese, pur senza le tavolate correlate. Ancora una volta viene rappresentata la Sacra Famiglia, facendo attenzione che San Giuseppe sia un anziano, Maria invece una giovane donna, così come la tradizione vuole che si rappresenti la Sacra coppia (certamente per evidenziare che non vi furono mai rapporti coniugali tra i due e supportare così la verginità della Madonna, mentre in realtà anche Giuseppe era giovane, come si legge nei vangeli apocrifi e come è desumibile dai lunghi viaggi che la Sacra Famiglia affrontò per sfuggire ai nemici di Gesù, comunque senza nulla togliere alla verginità della Madre di Dio). In alcuni paesini molisani oltre alla Sacra Famiglia, vengono rappresentati anche i 12 Apostoli di Gesù.

Ancora una volta tutti possono partecipare alle tavolate, degustando in buona sostanza: antipasto di alici e sottaceti, spaghetti con la mollica fritta o col tonno, riso bollito nel latte, baccalà arra canato e in insalata, lenticchie, piselli, peperoni ripieni non di carne, cavoli e broccoletti lessi, dolci come i calzoni con ricotta e uova, e altri piatti sempre poveri e magri ma per un massimo di 13 o 19.

Scendendo un pochino a sud entriamo in Puglia, terra regina delle tavolate, caratterizzanti tutti i paesi del Salento (come Uggiano la Chiesa, Poggiardo, Otranto, Torchiarolo, San Pietro Vernotico, e tanti altri; si pensi che Lecce ha ben 99 Comuni!), inglobanti anche quelli del tarantino (San Marzano di S. Giuseppe in primis, seguito da Lizzano, Monteparano, Sava e Fragagnano), perché anche Taranto è Salento e non solo Lecce e Brindisi. In queste aree si ritiene che l’origine delle tavolate si San Giuseppe risalga a quando il signore del paese (lu patrunu in dialetto) una volta all’anno offriva da mangiare a tutti i poveri del luogo.

Secondo altri le tavolate furono introdotte dai profughi albanesi rifugiatisi in Puglia in seguito all’invasione del loro Paese da parte dei Turchi (1385 circa, con sommossa vincente nel 1444 dell’eroe nazionale Giovanni Castriota Scandenberg). Infine, secondo alcuni storici l’usanza delle tavolate di San Giuseppe sarebbero da collegare ai festeggiamenti degli antichi Romani, i quali il 17 Marzo e nei giorni seguenti celebravano i Liberalia ( in onore di Liber Pater e della consorte Libera; la festa si teneva il 17 marzo in occasione del sedicesimo anno di età di un ragazzo, quando cioè si deponevano la bulla (un amuleto  che veniva fatto indossare dalla famiglia ad ogni figlio maschio, trascorsi nove giorni dalla nascita, per proteggerlo dai pericoli e avere buona sorte) e la toga praetexta (o libera) e si prendeva la toga virilis; il ragazzo passava cioè dallo stato di puer (bambino) a quello di adulto, con tutti i diritti e i doveri del cittadino romano).

Nel Salento la tavola è detta “taula”, che può essere taula cotta o taula cruda (a seconda che si pongano a disposizione dei poveri cibi cotti o crudi) o taula cotta e cruda. Anche nel Salento ci sono regole ben precise per le tavolate di San Giuseppe. Innanzitutto come altrove viene rappresentata la Sacra Famiglia (Giuseppe deve essere uomo anziano, Maria ragazza giovane e nubile), ma in più sono rappresentati ben 13 Santi a ricordare i componenti dell’Ultima Cena (tra cui Sant’Anna e San Gioacchino genitori della Madonna) per ognuno dei quali si possono preparare al massimo 13 pietanze, per un totale di ben 169 possibilità di variazione del menù della tavolata, da consumare a mezzogiorno del 19 Marzo. Tutto comincia già nei giorni precedenti la festa, quando le donne provvedono a preparare una pietanza fatta di pasta fresca e ceci (in dialetto salentino massa e ciciri) e pane a forma di ciambella detti tortini, del peso di 3 – 5 chili, da distribuire a chiunque si affacci in quella casa, povero o meno che sia.

La famiglia che prepara, recita preghiere durante le diverse fasi della lavorazione della pasta e del pane, non può mangiare di ciò che ha preparato (se non i resti), non può mettere da parte qualcosa per sé stessa o per qualcuno assente. Invitati preferiti i poveri e tutti coloro che sono in difficoltà, ma in realtà tutti possono consumare ciò che c’è sulla taula. Cosa troviamo allora su questa? Tipicamente almeno pasta e ceci (a ricordare i colori del narciso, Narcissus tazeta, presente nei campi in quel periodo), lampaggioni o lampascioni (Muscari racemosus) sott’olio o sott’aceto o con rape (simboleggiano il passaggio alla primavera), pesce fritto (il pesce era simbolo dei cristiano nell’antica Roma, quando i cristiani erano perseguitati; pesce in greco si scrive IXTHYC e si legge ichtùs.

Disposte verticalmente, le lettere di questa parola formano un acròstico: Iesùs Christòs Theòu Uiòs Sotèr = Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore. Inoltre il pesce, essendo un animale che vive sott'acqua senza annegare, simboleggiava il Cristo, che può entrare nella morte restando vivo.), cavolfiore lesso (rappresenta i bastone fiorito di San Giuseppe, anche se si trattava di un giglio, come raccontato nel proto vangelo apocrifo di Giacomo e Pseudo Matteo, mezzo con cui Dio indicò la scelta di Giuseppe tra tanti altri giovani,  come sposo di Maria),  cartiddate (dolcetti coperti di miele o vin cotto di fichi o uva), che rappresentano le fasce che avvolsero Gesù Bambino appena nato, baccalà o stoccafisso (cibo delle grandi occasioni, a significare che si tratta di una grande festa). Data la varietà delle pietanze proponibili e la numerosità di queste e dei commensali, si comincia a preparare da circa una settimana prima della festa del Santo. I commensali della taula, lunga al massimo 40 metri, devono essere minimo 3 (la Sacra Famiglia) massimo 13 o comunque sempre dispari; in casa vi sarà sempre una statua o un quadro del Santo e vicino a chi rappresenta San Giuseppe nella Sacra famiglia, vi sarà un bastone con in cima dei fiori bianchi, a simboleggiare l’evento che ho già richiamato prima.

Ci si potrà sedere a tavolo dopo aver ascoltato la Messa e dopo che il sacerdote ha benedetto la tavolata a cui si è stati inviati in quella casa. Le tavole sono apparecchiate con le tovaglie più belle del corredo della donna di casa o appositamente acquistate: tutto deve essere più che bello in onore del Santo.

Un uso particolare è quello per cui San Giuseppe governa le consumazioni dettando i tempi: a lui spetta decidere quando si comincia a mangiare e quando si smette per passare alla pietanza successiva (batte per 3 volte la forchetta sul bordo del suo piatto). I componenti della famiglia devoto che ha organizzato la tavolate sono addetti a servire, e alla fine del pasto i commensali portano via ciò che rimane di cotto, dopo una breve preghiera, e in caso di taula anche cruda ciò che è stato destinato a ciascuno.

Arriviamo infine in Sicilia, dove le tavolate sono chiamate in dialetto ”Tavuli ’ri’ San Giuseppi”. Le famiglie che le organizzano in casa, usano per la festa preziosi merletti e lenzuolini  di pregio per addobbare l’altarino del Santo, nonchè le migliori tovaglie per apparecchiare la tavolata. In genere le caratteristiche sono simili delle tavolate delle altre regioni, cambiano ovviamente le pietanze, nel rispetto della gastronomia del luogo, per cui si mangeranno: pani (panuzzi), detti “Pupi ‘ri’ San Giuseppi”, pasta con sarde e finocchi, caponate, salsicce, salami, formaggi, broccoli, cardi e altre verdure fritte, dolci come cannoli, cassate, pignolata, cascatelle, babà ripieni, frutta varia. Come si nota al contrario di altri luoghi non si tratta di cibi poveri e magri, evidentemente per un diverso concetto della festa: dare ai poveri i migliori cibi dei ricchi e non quelli che i poveri già conoscono e che, magari, vorrebbero per quel giorno non avere. Sul tavolo ceramiche e oggetti d’argento, proprio per esaltare il giorno di festa in onore del Santo. I partecipanti portano a loro volta pani semplici o anche con olive da offrire a tutti, poveri in particolare. Per il resto troviamo anche qui rappresentazioni della Sacra Famiglia e dei Santi, con procedure liturgiche e sociali precise per la consumazione del pasto in onore del Santo.

Nell’ambito delle tavolate vengono preparati anche i Pani di Salemi (dalla forma particolare per rappresentare gli attrezzi del falegname e della passione di Cristo, o simboli della liturgia cattolica) tradizione riconosciuta di pregio da parte dell’UNESCO (United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization cioè Organizzazione delle Nazioni Unite per l'istruzione, la scienza, la cultura, fondata a Parigi nel 1946).

A tutti buonSan Giuseppe!

 

Note bibliografiche

  • V. Fumarola – V. Musardo Talò, I Santi Patroni di Taranto e Provincia, Ed. Del Grifo
  • A. Accoto, Le tavole di San Giuseppe. Storie di vita e di fede, Ed. Atena
  • F. Merico, Le tavole di San Giuseppe, Ed. Kurumuny
  • S. Favarò, Omaggio a San Giuseppe. Riti popolari, preghiere cristiane, ufficialità cristiane, Ed. Ex Libris

Scritto da Luciano Albano

Laureato con lode in Scienze Agrarie presso l’Università degli Studi di Bari nel 1978, ha svolto servizio come dirigente del servizio miglioramenti fondiari della Regione Puglia presso l’Ispettorato Agrario della città di Taranto. Appassionato di oli e vini, ha conseguito il diploma di sommelier A.I.S. e quello di assaggiatore ufficiale di olio per la sua regione

Specializzato in Irrigazione e Drenaggio dei terreni agricoli presso il C.I.H.E.A.M. di Bari (Centre International de Hautes Etudes Agronomiques Mediterraneennes)" . Iscritto all'Ordine dei Dottori Agronomi della Provincia di Taranto. Iscritto nell'Albo dei C.T.U. del Tribunale Civile di Taranto

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